Benedetto XVI l’ha fatto: ha perdonato l’ex maggiordomo, ha graziato il corvo dei corvi, la mano che portava fuori le mura leonina documenti e lettere riservate. Forse in privato, e in coscienza, il Papa sarà grato a quest’uomo, a Paolo Gabriele: il Vaticano non sarà ripulito, ma sappiamo, adesso, quanto torbidi siano i poteri interni.

Gabriele ha trascorso sette mesi in carcere, e non l’ha fatto per un tornaconto economico o per un concentrato di megalomania e devozione, ma perché – e le sue parole vanno riscritte e assorbite – “la situazione generale era sconcertante”. Questa situazione generale che, per un eufemismo, si può definire “sconcertante” si è riflessa durante l’appassionante Vatileaks: l’arresto a sorpresa, l’imputazione per furto, il processo rapidissimo, la condanna a 18 mesi, il mancato appello dei difensori e un foglietto, firmato Benedetto XVI, che già in luglio poteva aprire la prigione. Sconcertante è la posizione del governo vaticano, di quel segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, che ha vacillato, e vacilla ancora, per le notizie diffuse dal maggiordomo. Sconcertante è la cappa di tensioni e timori che ha sigillato, sempre più ermeticamente, il Vaticano. Nessuno ha cercato la verità, nessuno ha cercato i complici, nessuno ha cercato la redenzione. Tutti volevano il silenzio di Gabriele, fermare quel flusso di rivelazioni di potenza straordinaria e di impatto mondiale: gli appalti truccati, le truffe quotidiane, le antipatie, le guerre, le faide. Qualcuno poteva desiderava vendetta.

Però, se il Vaticano funziona da millenni vuol dire che sanno tacere e sanno come far tacere. Non potevano aspettare un anno prima di liberare Paoletto, non potevano creare una mina vagante. Così l’hanno tenuto dentro per ottenere un compromesso: non più amici né nemici, conoscenti, ancora vicini. Perché il maggiordomo avrà un’abitazione e un lavoro, sì, ma oltre le mura leonine. Lontano dai suoi oppositori e dai suoi confidenti.

Quando un mese fa, il 24 novembre, Il Fatto Quotidiano ha anticipato la notizia sapevamo che il compromesso si stava perfezionando. Mancava il momento migliore, quello che può trasformare un atto inevitabile nel gesto di grande misericordia: la grazia a Natale è il bambinello che arriva e salva probi e improbi.