Letta la sentenza su Paolo Gabriele, e spente le telecamere e riposti i taccuini, finisce la saga di Vatileaks? La prima udienza del processo ne aveva creato uno parallelo: riguardava il tecnico informatico, dislocato nella segreteria di Stato, Claudio Sciarpelletti. L’imputato è accusato di favoreggiamento, ma sarà complicato provare e punire il reato adesso che il maggiordomo è stato giudicato colpevole di furto qualificato, però senza il sostegno o la collaborazione di porporati e laici.

Padre Federico Lombardi ha annunciato che il procedimento a carico di Sciarpelletti riprenderà entro la fine dell’anno, forse già a novembre. Ma è un particolare di poca rilevanza: Gabriele è il fulcro di Vatileaks, la mente e il braccio, almeno scorrendo la breve sentenza che l’ha condannato a 18 mesi di reclusione assorbendo qualsiasi tipo di attenuante generica e qualsiasi tipo di clemenza papale. Per l’occasione, il Tribunale ha rispolverato un atto di papa Paolo VI.

Sarà curioso, però, conoscere l’esito di un fascicolo aperto durante le udienze. Quello che coinvolge la Gendarmeria vaticana, che, secondo il maggiordomo e l’avvocato Arru, avrebbe maltrattato Paoletto, per il primo periodo di detenzione costretto a dormire con la luce accesa in una stanza in cui non poteva neanche allargare le braccia. La Gendarmeria, capitata dall’ex poliziotto Domenico Giani, un investigatore molto apprezzato e molto temuto, aveva il compito di seguire l’inchiesta Vatileaks affiancando il promotore di giustizia. Archiviato il processo al corvo, l’attività inquirente si fermerà? Non è stato specificato.

E non è nemmeno chiaro il ruolo che avrà, se ancora dovesse averne uno, la commissione cardinalizia incaricata da Benedetto XVI di spogliare il malcostume vaticano attraverso colloqui di altissimo livello, toccando il potere più solido oltre le mura leonine. Le deposizioni raccolte dai cardinali sono stati ritenute inutilizzabili nel processo perché destinate esclusivamente al pontefice.