Chi pensa che il bilancio della strage di Newtown si fermi ai 20 bambini e ai 6 adulti morti, si sbaglia. C’è un’altra persona tra le vittime. E pensare che non si trovava nemmeno nell’edificio scolastico. Possibile? Certo. E a sparargli non è stato il cruento assassino armato delle mitragliatrici che “mammà” custodiva al posto di mestoli e padelle nello sgabuzzino di casa.

Il martire in questione si chiama Ryan Lanza.

A pochi minuti dalla folle sparatoria alle scuole elementari ‘Sandy Hook’, forte di una fonte ben informata della polizia locale, CNN fa lo scoop svelando il nome dell’assassino. Ma la scena della soffiata, rigorosamente in barba alla riservatezza delle indagini, evoca una sequenza di ‘Prendi i soldi e scappa con’ Woody Allen – ladro maldestro – che scrive su un biglietto “Questa è una rapina” ma non riesce a farsi capire dagli impiegati dalla banca che leggono e continuano a leggere tutt’altro sul foglietto minatorio.

Un errore, un’imprecisione, un fraintendimento. Chissà.

Immediatamente si scatena la caccia online per trovare foto, dati e notizie sul killer per provvedere – secondo regola – a sbattere il mostro in prima pagina. Una torma di improvvisati investigatori si lancia sui social media per scovare il profilo Facebook e i relativi ‘stati d’animo’ dichiarati anteriormente l’eccidio, per setacciare Twitter alla ricerca di qualche ‘tweet’ premonitore, a scorrere il web per saperne di più su cotanto criminale.

Se fosse capitato in Italia, non sarebbe mancata una puntata speciale di Porta a Porta con un parterre di sedicenti esperti e criminologi pronti a dar sfoggio di sensazioni e cognizioni degne di Maurizio Ferrini quando in ‘Quelli della notte‘ diceva di averlo letto su ‘Strano, ma vero!’

Ha 24 anni o giù di lì. Nel giro di pochi minuti la sua foto è sullo schermo di mezzo mondo. Tutti vogliono vedere in faccia quel maledetto e le stazioni televisive non mancano di calcare la mano con commenti propedeutici al più naturale dei linciaggi.

A rischiare la lapidazione è un quasi omonimo del reale colpevole. Si chiama Ryan Lanza, reo soltanto di abitare nella medesima cittadina. Il poveraccio non ha nulla a che fare con il pluriomicida (il cui nome di battesimo è Adam), ma in un lampo si ritrova il popolo della Rete alle calcagna.

Via Internet gli arriva ogni sorta di minaccia: tutti lo vogliono morto, ognuno con un più truculento sistema. In un paio d’ore su Facebook ci sono già decine di pagine di ‘fan’ che inneggiano alla sua immediata esecuzione e istigano i cybernauti più tranquilli ad una feroce vendetta: si va dal ‘Ryan Lanza devi bruciare all’inferno’ a più professionali ‘Ryan Lanza – personaggio pubblico – Assassino’, ma non mancano certo altri esemplari in cui il turpiloquio trionfa su sintassi e grammatica.

Il povero Ryan inizialmente reagisce con un sintetico ma eloquente “Fuck you CNN it wasn’t me” con cui cerca di spiegare al network televisivo di non esser lui il protagonista del massacro. Post e tweet si susseguono per spiegare ad amici, conoscenti e sconosciuti che lui si trovava al lavoro quando il sangue ha cominciato a scorrere a fiotti tra i banchi della Sandy Hook. Ma sembra non ci sia niente da fare. Invita chi lo conosce e chi lo ha visto in concomitanza dell’eccidio a diffondere la verità. Ma serve a poco.

A salvarlo da un esecuzione sommaria è stato il refresh delle agenzie di stampa e la rimozione di qualche improvvido tweet lanciato da testate che non avevano resistito alla tentazione di raggiungere subito i propri followers. Chi è subito pronto a scagionare gli artefici di questa sfiorata ulteriore tragedia, tiene a precisare che Adam Lanza ha un fratello di nome Ryan. Peccato che (peraltro anche lui estraneo ai fatti) risieda ad Hoboken, nella contea dell’Hudson.

In modo impietoso, conoscendo sia l’emisfero degli sbirri sia l’altro dei giornalisti, non me la sento davvero di perdonare nessuno. Ritengo, piuttosto, che sia l’occasione per riflettere, ancora una volta, che sono due mestieri che non si improvvisano.

umberto@rapetto.it