Undici settembre, data fatidica e un po’ scalognata. Quest’anno, stranamente, la retorica ufficiale dell’anniversario del 2001 è andata un po’ scemando, ma chi continua ad essere attento alla storia ha l’obbligo di riproporre tali date. Anche perché non mancano motivi di riferimento, anche drammatico, all’attualità.

11 settembre 1973. Il colpo di Stato in Cile, il governo democraticamente eletto di Salvador Allende spazzato via dai militari, addestrati e diretti dalla Cia e dal Dipartimento di Stato statunitense. Decine di migliaia furono le persone uccise, fatte sparire e milioni quelli costretti all’esilio. Risulta che la signora Albright, all’epoca segretario di Stato statunitense, si sia pubblicamente scusata per questa ed altre malefatte del suo Paese in America Latina.  Ciò peraltro non ha impedito nuove intromissioni; inVenezuela nel 2002, ma andò male grazie alla mobilitazione del popolo e delle Forze armate che rimisero al suo posto il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez, che si appresta a riscuotere nuovamente il gradimento del suo popolo, con grande smacco di Washington e dei suoi servi più o meno sciocchi. Poi in Honduras e da ultimo in Paraguay. Paesi piccoli, poveri e tutto sommato secondari, dove ancora funziona la politica di intervento. 

11 settembre 2001. L’attacco alle Torri gemelle da parte del gruppo fondamentalista Al Qaeda, a sua volta com’è noto, foraggiato per lungo tempo dalla CIA. E con una serie di incongruenze nel comportamento degli organi addetti alla sicurezza che permisero l’entrata del commando sul territorio nazionale degli Stati Uniti e addirittura il suo addestramento al pilotaggio degli aerei, come denunciato da autorevoli membri del Congresso e dal senatore Ferdinando Imposimato. Fatto sta che da quell’attacco prese spunto la presidenza Bush-Cheney per compiere l’aggressione all’Afghanistan, quella all’Iraq e inaudite violazioni dei diritti umani in tutto il pianeta, esemplificate da nomi rimasti sinistri come Abu Ghraib e Guantanamo. Milioni le vittime della guerra in Afghanistan e Iraq.

11 settembre 2012. Il recente attacco al consolato statunitense di Bengasi dimostra come gli Stati Uniti continuino a non capire niente, addestrando, foraggiando e finanziando gruppi fondamentalisti dei quali si illudono di potersi servire, come fecero a suo tempo con Bin Laden in funzione antisovietica in Afghanistan, ma che invece hanno una propria strategia autonoma. In questo caso, un pessimo e davvero osceno filmetto provocatorio è servito da pretesto per una reazione che va ben al di là dell’occasione. Come già l’oscena maglietta anti-islamica di Calderoli provocò, proprio a Bengasi, una reazione di massa che costituì un episodio significativo nella costruzione dell’opposizione a Gheddafi.

Come afferma Gennaro Carotenuto, “Molteplici forze, dai fondamentalismi religiosi al complesso militare industriale a chi vuole distrarre il pianeta dalla dittatura della grande finanza ormai senza maschera, hanno interesse a far riprecipitare il pianeta nel caos dell’era Bush riportando la destra repubblicana di Mitt Romney al potere. Bengasi 2012 come Teheran 1980. Barack Obama come Jimmy Carter. Mitt Romney come Ronald Reagan. L’odio religioso, il razzismo antimusulmano, attizzando il fuoco del fanatismo di frammenti di questo, può nuovamente essere la chiave di volta”.

Esiste quindi un’oggettiva convergenza fra i fondamentalismi di ogni tipo, che praticano intolleranza e terrorismo. Quest’ultimo deve essere combattuto in quanto crimine contro l’umanità, che consiste nell’uccisione su larga scala di civili innocenti per raggiungere obiettivi di ordine politico.

Una prassi ben connaturata, insomma, all’imperialismo statunitense, come dimostra la storia degli undici settembre. Se fossi un cittadino statunitense, con ogni probabilità, voterei per Obama al fine di evitare guai peggiori. Ma è chiaro che la presidenza Obama è stata insufficiente e deludente da molti punti di vista. Occorre augurarsi che dalle viscere della superpotenza in crisi sappia emergere un’opposizione, basata sugli interessi del popolo statunitense, che ponga fine ad ogni politica bellicista e imperialista. In questo senso non mi sento affatto antiamericano. I veri antiamericani sono coloro che continuano a tramare per imporre ad ogni costo gli interessi di una cricca di finanzieri e produttori di armi che cospirano per rendere questo nostro pianeta un luogo sempre più invivibile e insicuro per tutti.

E’ ora di pensare a una seria alternativa. Negli Stati Uniti e nel resto del pianeta. Questo è l’insegnamento degli undici settembre.

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