La Svizzera ha impiegato trenta minuti per congelare le proprietà dei fedelissimi dell’ex presidente egiziano, Hosni Mubarak. Il Regno Unito, a mesi e mesi dalla sua caduta, non ha ancora fatto nulla e case, ville, aziende e uffici sono ancora nelle mani dei potenti amici dell’ex regime del Cairo. L’accusa arriva dalla Bbc, che ha mandato in onda, in prima serata, un documentario sui beni britannici della famiglia e degli ufficiali di Mubarak. Al figlio Gamal non è mai stata sequestrata una proprietà immobiliare da dieci milioni di sterline a due passi da Harrods, intestata alla sua figlia nata nel 2010. Così come, ben dopo la caduta del regime, nuove aziende a capitale egiziano di dubbia provenienza sono state avviate nella capitale britannica. Il tutto in barba agli accordi internazionali sui sequestri dei beni di Mubarak, richiesti dallo stesso nuovo governo egiziano. E il tutto nonostante, a mezz’ora dalla richiesta del Cairo, un paese solitamente molto “garantista” verso il capitale come la Svizzera abbia congelato oltre 500 milioni di sterline di beni.

L’inchiesta andata in onda lunedì sera nel Regno Unito è stata effettuata dalla Bbc Arabic, in collaborazione con giornalisti del Guardian e di al-Hayat, un quotidiano pan-arabo. Uno smacco per il primo ministro David Cameron e per il suo apparato ministeriale, che, a poche ore dalla caduta di Mubarak, si erano affrettati a dire di essere “vicini agli egiziani che soffrono” e “volenterosi di togliere l’acqua alla pianta del male”. Ora, appunto, all’esecutivo conservatore e liberaldemocratico tocca la grana di doversi difendere dalle accuse di non aver fatto abbastanza per congelare beni e proprietà dell’entourage di Mubarak. Un’accusa che la Bbc, televisione pubblica ma non per questo governativa, lancia apertamente, intervistando ufficiali egiziani che hanno il compito di recuperare gli asset “rubati al popolo”, ministri-ombra britannici e persino Alistair Burt, sottosegretario per il Medio Oriente e l’Africa, che si è affrettato a dire: “Abbiamo fatto tutto il possibile, ma vogliamo fare in modo che sequestri e congelamento dei beni avvengano nella legalità. La fretta, in questi casi, può essere deleteria”.

Le sanzioni sono solitamente usate dalla comunità internazionale per “modellare” il comportamento di regimi e governi, per evitare il riciclaggio internazionale del denaro e per fare in modo che questi soldi non finiscano nelle mani del terrorismo globale. L’articolo 41 della carta delle Nazioni Unite lo consente, così come l’articolo 11 del Trattato dell’Unione Europea, ma è compito di ogni singolo paese avviare le procedure per sequestri e congelamento. Londra, in particolare, è una calamita per gli investimenti dei regimi di mezzo mondo e le autorità britanniche sono sempre sul chi va là. Il ministero degli Esteri ha il compito di stabilire le regole generali per queste procedure, mentre l’esecuzione vera e propria è nelle mani di una specifica unità del ministero del Tesoro. Nel Regno Unito il congelamento, finora, ha interessato soprattutto latitanti di al-Qaida, signori della guerra africani e politici della Corea del Nord. Ora, appunto, l’accusa di essere troppo permissivi con l’entourage di Mubarak, che a Londra ha messo radici da decenni.

“Il Regno Unito è uno dei peggiori paesi per quanto riguarda il rispetto di queste regole internazionali – ha detto alla Bbc Arabic Mohamed Mahsoob, un investigatore che ha portato avanti, per conto del nuovo governo egiziano, le indagini sui miliardi ‘rubati’ all’Egitto – e questo secondo noi è un vero e proprio crimine collettivo. Il Regno Unito dice di aver bisogno di ulteriori rassicurazioni da parte del governo del Cairo, ma questo va contro il buon senso e contro le carte internazionali. In questo modo, con questi ritardi, abbiamo concesso ai proprietari di questi beni di rivenderli, di riciclarli, di portare capitali nei paesi offshore, di nascondere sotto il tappeto quanto spetta agli egiziani”. La primavera araba, in Egitto, è stata resa possibile anche dall’alto livello di corruzione della sua politica e della sua economia, commentano ora gli editorialisti britannici. Peccato, aggiungono, che la primavera araba non abbia toccato anche le banche della City.