Risanare l’Ilva senza fermare la produzione astrattamente non è impossibile. Lo confermano ingegneri del ministero dell’Ambiente e della stessa Ilva, tecnici della Fiom o politici di esperienza sindacale. Solo che la mole degli interventi, l’ampiezza dello stabilimento tarantino e, soprattutto, le molteplici fonti di inquinamento che lo caratterizzano, rende molto complessa una simile ipotesi soprattutto in presenza di una scarsa volontà dell’azienda. La stessa, blanda, Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata dal ministro Prestigiacomo, nel 2011, è stata ampiamente disattesa.

Le 6 aree sequestrate Ed è proprio a causa di queste inadempienze che il Tribunale ha ordinato il sequestro di ben sei aree del ciclo produttivo: i Parchi minerari – dove si accumulano le materie prime, colline di carbon fossile e ferro che occupano circa 70 ettari e da dove nascono la maggior parte delle polveri; la Cokeria, dove si lavora il carbon fossile prima di immetterlo nell’altoforno e da dove si sviluppa benzene; l’Agglomerato, che omogeneizza i materiali ferrosi e dove è collocato il camino più alto dell’Ilva, l’E312, 220 metri, quello ad alta produzione di diossina; gli Altoforni, dove si produce la ghisa e un numero enorme di polveri; l’area delle Acciaierie, che trasforma la ghisa in acciaio, e il Grf, la Gestione dei rottami ferrosi. I centri inquinanti sono così diffusi che un intervento onnicomprensivo, rapido e indolore, è assai difficile.

Usura: 15 anni In realtà, a leggere anche i decreti del Gip, se l’Ilva si fosse presentata davanti ai magistrati o ai tavoli istituzionali con uno stuolo di piani di riconversione e risanamento, di progetti dotati di costi e tempistica adeguati, oggi la situazione sarebbe probabilmente più distesa. Il secondo decreto del Gip Patrizia Todisco, infatti, scaturisce da una relazione che è stata redatta dall’ingegner Barbara Valenzano, dell’Arpa regionale Puglia, dove si faceva presente la perdurante situazione di allarme dovuta ai fumi dell’Ilva nonostante le tante rassicurazioni prodotte, a parole, dall’azienda e anche dal governo. Il paradosso della situazione è che l’Ilva in parte è già chiusa. Al momento sono aperti due altiforni su cinque, sebbene siano i più grandi (il 2 e il 5) e dunque, spiega al Fatto Massiliamo Del Vecchio, consulente della Fiom, “nulla impedirebbe all’azienda di ristrutturarne tre, introducendo la più pulita tecnologia Siemens che manterrebbe intatti gli attuali volumi produttivi”. “È un sistema che permetterebbe, spiega ancora Del Vecchio, l’eliminazione dell’area a caldo con gli evidenti vantaggi, anche perché dopo una quindicina di anni gli altoforni vanno rifatti”.

La bonifica possibile Nel 2007 l’Ilva ha risanato una parte della cokeria e gli impianti continuarono la produzione. Lo stesso avvenne durante gli interventi per abbattere i livelli di diossina provenienti dall’Agglomerato e ridotti del 90% (ma oggi, nonostante questo intervento sono ancora superiori ai minimi di 5,8 volte). “Un esempio di acciaieria risanata mantenendo aperta la produzione è quello di Brescia” spiega al Fatto Maurizio Zipponi che, prima di essere responsabile lavoro dell’Idv è stato a lungo segretario della Fiom di Brescia. Si riferisce alla Alfa Acciaio e alla Ferretti che tra gli anni 80 e 90, anche allora in seguito a intervento della magistratura, ristrutturano. “Il problema, spiega ancora Zipponi, è la disponibilità nei confronti della magistratura da parte dell’azienda, che finora non si è vista. Ad esempio, se l’Altoforno deve essere risanato solo per captare i fumi, allora può essere ridotto al minimo; se va rifatto, deve stare fermo ma solo per alcuni mesi, non per anni”. Anche i tecnici del ministero dell’Ambiente – che in questa situazione preferiscono mantenere l’anonimato – pensano che diversi interventi siano compatibili con la produzione. “La delocalizzazione dei parchi mine-rari, l’allestimento di una rete di monitoraggio, l’installazione di un controllo delle emissioni all’altoforno” sono tutti interventi che si possono fare con la produzione al minimo”.

Il nodo dei fondi Sul fronte ambientalista, ovviamente, le tesi sono più radicali e la chiusura dell’area a caldo è indicata come l’unica possibilità di sopravvivenza della città, come spiega Angelo Bonelli, dei Verdi. La reale volontà di risanare non può però prescindere dal problema dei costi. Le varie valutazioni convergono su una cifra di 500 milioni. Il rifacimento dell’altoforno di Piombino, per fare un confronto, costa circa 60 milioni. Poi c’è il territorio, per il quale il governo ha stanziato 336 milioni. “Ma a Marghera – sottolinea Zipponi – sono serviti almeno 3 miliardi, quindi diciamo che i 336 milioni costituiscono solo un buon inizio”. Finora, il presidente Ferrante, ha parlato di 90 milioni ma senza scendere nel dettaglio. Quello che non si è capito a Taranto è se l’Ilva intende fare sul serio.

Da Il Fatto Quotidiano del 14 agosto 2012