Scrittore contro, lo definiscono tutti oggi, a poche ore dalla sua morte. E Gore Vidal, 86 anni vissuti sulla cresta dell’onda, “contro” lo era davvero. Feroce e cinico critico del mondo contemporaneo, lo scrittore americano ha saputo dipingere la società con pennellate sferzanti e colori accesi, partecipando quasi bulimicamente al dibattito culturale e politico, mischiando alto e basso, utilizzando il suo genio creativo anche in quella cultura pop dileggiata e snobbata da tanti altri “colleghi”. Nel 1948, in un’epoca non certo pronta per tematiche del genere, aveva parlato di omosessualità in “La Statua di Sale”, contribuendo in maniera decisiva a sdoganare il tabù gay nell’America puritana e perbenista di allora. Nel cinema, sue sono le sceneggiature di Ben-Hur e Improvvisamente l’estate scorsa; e il vanitoso Gore non si era risparmiato nemmeno una comparsata nel film “Roma” di Federico Fellini.

Il rapporto tra Vidal e l’Italia, poi, merita un capitolo a parte. La Rondinaia, la sua villa a Ravello, è stata per decenni un punto di riferimento per la cultura “salottiera” europea e americana, l’osservatorio privilegiato di un bizzoso ma geniale intellettuale che amava circondarsi di amici noti e meno noti, di grandi dive e ragazzotti sconosciuti, per confrontarsi su quella società, al contempo esaltante e diabolica, che era il centro della sua speculazione intellettuale. Ha vissuto anche a Roma, Gore Vidal. Precisamente a Torre Argentina, a due passi da quel Partito Radicale che lo ha annoverato addirittura tra i suoi iscritti. E a Roma viveva con il compagno di una vita, quel Howard Austen la cui morte, nel 2005, aveva spinto Vidal a vendere la villa di Ravello e tornare a Los Angeles.

L’altra sua grande passione fu la politica, con posizioni che definire eretica sembra troppo poco. Aveva provato anche a intraprendere la carriera politica, ma un uomo di intelletto come lui non era mai riuscito a calarsi nelle dinamiche terrene che quel campo impone. Una delle ultime battaglie fu quella contro George W. Bush e contro la versione ufficiale sull’attacco dell’11 settembre. Secondo Gore Vidal, l’intelligence americana era a conoscenza del piano dei terroristi e non aveva fatto nulla per fermarlo.Ma chi pensa a un Vidal schierato con i Democrats, si sbaglia di grosso. Nel 1977, in una delle sue pagine più sagaci, aveva scritto: “C’è solo un partito negli Stati Uniti, il Partito della Proprietà, e ha due “ali” destre: Repubblicani e Democratici. I Repubblicani sono un po’ più stupidi, più rigidi e dottrinari nel loro capitalismo del “laissez faire” rispetto ai Democratici, che sono più carini, simpatici e corrotti, ma sostanzialmente non c’è differenza tra loro”.

Lette con gli occhi di oggi, queste parole sanno di grillismo e di antipolitica, ma in America schierarsi contro l’intero establishment politico non è roba da tutti. Ed è per questo che Vidal aveva nemici a destra e a sinistra e la cosa lo divertiva molto. Era quello che voleva, in fondo. Niente etichette, niente caselle in cui inserire il suo pensiero. Un battitore libero che ha sferzato la faccia ipocrita dell’America per più di sessant’anni e che fino all’ultimo ha continuato a fare la cosa che gli riusciva meglio: rompere le scatole con provocazioni intellettuali che forse non hanno avuto eguali nel XX secolo. Un approccio disincantato e cinico alla vita e alla società che oggi, nell’epoca del crack globale e delle ipocrisie finanziarie made in Usa, ci mancherà tremendamente.