E’ una foto olimpica che è entrata nella storia dello sport (e non solo): l’immagine di Tommy Smith e John Carlos sul podio a Città del Messico. Hanno appena vinto rispettivamente l’oro e il bronzo nei 200m, il primo compiendo un’impresa straordinaria: il nuovo record del mondo (19’83 secondi) ottenuto alzando le braccia a parecchi metri dall’arrivo. Dovrebbero essere la quintessenza della felicità, viceversa salgono sul podio con lo sguardo basso e triste. Sono senza scarpe e alzano al cielo il pugno chiuso. Indossano un guanto nero. Curiosamente il destro Smith e il sinistro Carlos. Perché le icone della storia sono spesso tributarie di una certa casualità.

Tutto ha infatti inizio il 30 giugno 1968 a Los Angeles, città in cui si svolgono i trials americani, cioè le qualificazioni in vista delle Olimpiadi messicane. Prima delle gare alcuni atleti afro-americani si appartarono a discutere dell’assassinio di Martin Luther King, avvenuto solo tre mesi prima. Ma anche della condizione della gente di colore e del ruolo dello sportivo nero. Dalla cattedra di San Josè il sociologo Harry Edwards ha infatti lanciato il grido: why run in Mexico and crawl at home? (perché correre in Messico e strisciare a casa?).

Alla fine i 36 atleti decidono di mettere ai voti il boicottaggio dei giochi da parte dei neri. Tra questi ci sono Tommy Jet Smith e John Carlos, ma anche Bob Beamon, Lee Evans e Ralph Boston, in pratica il meglio dell’atletica leggera americana. Alcuni di questi, proprio grazie a questi Giochi, entreranno nella leggenda. Ma in quei giorni sembrano disinteressarsene. Invece di discutere di tempi di qualificazione e contratti milionari, votano se accettare o respingere quella ribalta che avrebbe sancito la loro consacrazione planetaria. L’esito della tormentata decisione è nella storia: passa la linea morbida (per la cronaca: 24-12). Sì quindi alle olimpiadi, ma a un patto: che si faccia qualcosa.

Tommy Smith e John Carlos, che hanno votato a favore del boicottaggio, decidono di salire sul podio a piedi nudi e pugno chiuso. (L’australiano Norman si presenta invece con uno stemma a favore dei diritti civili ed è aspramente criticato in patria). E’ un passo epocale. Per la prima volta l’atleta nero si libera del complesso dello zio Tom, l’accusa lanciata già a Jesse Owens di essere uno strumento al soldo della gloria dell’America bianca. E lo fa nello stesso spazio, le Olimpiadi, che l’altro zio, Sam, aveva sempre utilizzato per alimentare la propria pretesa di superiorità. Smascherandone l’ipocrisia: “Oggi ho vinto, ha vinto un americano” dichiarerà Smith. “Se avessi perduto, avrebbe perduto un negro”.

La storia del guanto è presto spiegata. Il paio nero l’aveva dato a Smith la madre poco prima che partisse per il Messico. All’ultimo momento, proprio mentre sale sul podio, Smith decide di indossarne uno. Carlos non ce l’ha, ma non vuole essere da meno: e gli chiede l’altro. Le foto ne guadagnano in simmetria. Poco spiegato invece è quel che successe prima e dopo. Il prima s’inserisce nell’irrequietezza di quegli anni. E’ la strage della Piazza delle tre culture a Città del Messico (cui i nostri Eddie Ottoz e Sergio Ottolina assistono come involontari spettatori). Quel che invece successe dopo a Smith e Carlos ha tutti i crismi della rappresaglia: per volontà del presidente del Cio Avery Brundage i due vengono esclusi dalla squadra americana e allontanati dal villaggio olimpico. Tornati in patria, ricevono minacce di morte e su di loro si tenterà sempre di far calare, invano, l’oblio del dimenticatoio.

A Città del Messico non è solo Tommy Jet Smith a protestare. La stessa cosa fa Vera Càvlaska, che sul podio “chiude gli occhi e abbassa il capo in segno di tacita protesta” per la repressione seguita alla primavera di Praga. Non contenta, la celebre ginnasta vincitrice di tre ori a Tokio ’64 e addirittura quattro a Città del Messico, dove dedica le sue vittorie ai leader della Primavera di Praga, Svoboda, Smirnovsky, Cernik e Dubcek. Una scelta che paga amaramente anche lei: viene espulsa dalla sua squadra e la pubblicazione del suo libro di memorie bloccata. Ma tutto ciò è solo il prodromo di quel che accadrà quattro anni dopo a Monaco. (Fine seconda parte – continua)