Come in libro di saggistica, anche la città di Alghero ha un sottotitolo: Riviera del corallo. Solo che di corallo vivo non ce n’è più. Di vivo in questo anfratto urbano con i piedi a mollo nel Mediterraneo è rimasto poco. Strano destino quello del Nord Ovest della Sardegna, descriviamolo in un ballo a tre passi: scatto fulminate che precede di poco la Costa Smeralda; ben presto però si fa raggiungere da questa; infine il destino vuole che si faccia superare e umiliare. Meglio così, se non fosse che anche nel poco la ricetta è sempre e comunque fare le cose male. Torneremo a scrivere della piccola Barcellona sarda, per ora, volendone parlare bene, ci allontaniamo di pochi chilometri.

I primi dieci servono per raggiungere un paesino senza mare e ingrassato da case economiche per proletariato algherese in fuga: Olmedo. Il nostro primo rifugio culinario si chiama Desideria. “Ciù post is mel che uàn”, diceva il poeta bagnante. In questo caso “uàn” sta per il bar, “ciù” per il ristorante: si entra dal primo per convergere sul secondo. Poi per continuare, si ordina il primo, oppure la pizza e si passa al secondo. Lo diciamo subito: da provare le patate fritte, segni inconfondibili ci fanno pensare che siano tagliate a mano (una rarità in Sardegna). Cucina generalista (dalla camionista puttanesca alla borghesissima spigola) abbondante, fresca e ben cucinata. Una simpatia verace nel servirla, merce rara nella Riviera di cui prima. Ma appunto qui siamo, per fortuna, ad Olmedo. Interessanti piatti composti; menù tematici e pizze davvero buone completano l’orchestra. Peccato per la televisione sempre accesa, ingombrante e chiassosa padrona di casa.

Seconda gita. A dieci chilometri da Olmedo e venti da Alghero c’è il paese campagnolo di Uri. Cerchiamo il ristorante di Ciù Mario. Ancora un “ciù”, perdonateci, ma questo si traduce in zio. Uri è famosa per i carciofi e per il ristorante di zio Mario, che però cucina pesce. Mario però non l’abbiamo mai visto, la gestione è rigorosamente sarda, ovvero matriarcale. La discesa è da brivido, la rampa che ci conduce all’interno è per automobili, il locale infatti non è dissimile ad un parcheggio coperto. Noi però siamo cercatori di sostanza, sian qui per riempirci (bene) la panza di paranza e non badiamo a simili inezie. Facciamo bene, perché se abbiamo prenotato, anche solo mezz’ora prima, ci troviamo un ricchissimo antipasto di mare già in tavola. A quel punto possiamo solo proseguire: con i primi di scoglio e con i secondi di lenza. Mirto offerto dalla casa. Non cercate i dolci, sotto forma di packaging industriale. D’estate si può cenare anche fuori dal “garage”.

Terza tappa, trenta chilometri da Alghero: Montresta, ovvero alla ricerca dell’oro nero. Nel bar della piazzetta in salita, nel banco frigo, in basso a sinistra della barista, si cela un tesoro inaspettato: bottigliette a piede libero di chinotto Neri a 1,80 euros al collo. Se non le avessimo portate di persona alle nostre labbra mai c’avremmo creduto. Il nostro consiglio è presentarsi a Montresta in 4 (più eventuali riserve), occupare il biliardino (nota bene: si gioca gratis) sfidarsi per una buona mezz’ora ed infine sorseggiare l’antico liquido nero. Per noi, con il chinotto Neri, in Sardegna, è il primo incontro. Ad ogni modo per i continentali non feticisti c’è pure dell’ottimo prosecco d.o.c. In serata il bar si apre in pizzeria e (su prenotazione) anche in ristorante. È d’obbligo ordinare la famosa pasta (fatta in casa) montrestina “Sos Pipiriolos”. Purtroppo né nel bancone, né nelle vetrinette del bar compare il leggendario pane bistoccu di Montresta (grande orgoglio del sindaco!). Ma chiedetelo e vi sarà dato.

P.s. Per tornare ad Alghero fate la litoranea, c’è da scommetterci che vi piacerà.

La Palma Nana