Va bene, abbiamo la Minetti che balla vestita da suora, la Rosy Mauro che si perde i diamanti e Lavitola che porta i soldi a Craxi (chissà quanti ne saranno arrivati, con un corriere del genere…). Mancano solo De Gregorio che dimagrisce, la Santanché in convento di clausura e Alfano che dichiara in parlamento: “Silvio è una grandissima testa di minchia!” poi lo spettacolo sarebbe completo.

Stamattina mi è però venuto un dubbio: non è che ci sarebbero cose più importanti di cui occuparsi? Per esempio, il suicidio economico dell’Europa, come lo definisce Paul Krugman sul New York Times di domenica? Dieci anni di stagnazione di fronte a noi sono meno importanti delle vacanze di Formigoni? Tutti i settori che potrebbero dare un contributo alla ripresa, a cominciare dalla cultura, dalla scuola, dall’università e dalla ricerca, sono sotto stress e si parla solo di nuovi tagli: né il governo, né i partiti, né i giornali sembrano preoccuparsene troppo. Possiamo continuare nell’ignoranza dei problemi economici di fondo?

Le direttive di Berlino all’Europa rimangono le stesse: risparmiate, diminuite le pensioni (ma non le spese militari, almeno finché i francesi e i tedeschi hanno nuovi sistemi d’arma da vendere) e aspettate fiduciosi: prima o poi la politica della Banca centrale europea di tenere a bada un’inflazione inesistente darà i suoi frutti. Nell’immediato la Germania rifiuta di impegnarsi in una politica espansiva (i salari medi tedeschi sono diminuiti negli ultimi dieci anni) come di sostenere la ripresa dei partner nell’euro. Il capitalismo europeo è impantanato (si veda l’ottimo articolo di Maurizio Lazzarato su Alfabeta2 in edicola).

Tutto quello che potrebbe salvare la zona euro -la messa in comune del debito, gli eurobond, la trasformazione della Banca centrale in un organo che garantisca gli Stati in difficoltà e li aiuti a crescere, come fa la Federal Reserve americana- continua a essere ostacolato anche in extremisdalla Germania.

La “cura” dell’austerità forzata per gli altri è il frutto dell’ideologia che domina le élite tedesche e ha le sue origini lontane in ciò che accadde nel 1922-23, un anno e mezzo di iperinflazione che polverizzò i risparmi delle classi medie. C’è un ricco repertorio di aneddoti popolari su quanto accadde allora: le banconote da 1000 miliardi di marchi, stipendi e salari pagati giornalmente e immediatamente spesi per anticipare il rincaro dei generi alimentari, il caffè che aumenta di prezzo del 60% dal momento in cui viene ordinato al momento in cui viene portato al tavolo, le monete alternative emesse da alcune città o aziende (Notgeld), il ritorno al baratto. Prima della guerra, un libretto di risparmio con 50.000 marchi permetteva di vivere usando i soli interessi; nell’agosto 1923 l’intera somma permetteva a stento di comprare il giornale.

Questa esperienza traumatica domina ancora oggi, a 90 anni di distanza, la percezione dell’economia delle élite tedesche. A Bruxelles, sarebbe forse ora di affrontare il tema degli incubi tedeschi invece di presentarsi come i più secchioni tra gli allievi della Merkel. E in Italia lasciamo che a occuparsi dei vent’anni di famelico governo berlusconiano-leghista siano i magistrati, preferibilmente buttando via la chiave, però c’è urgenza nel decidere cosa fare invece di seguire la Germania e l’Unione Europea lungo la strada del suicidio economico. Molte idee stimolanti si trovano nel bel libro di Mario Pianta Nove su dieci (Laterza 2012).