Il presidente siriano Bashar al Assad

Sembra finito il fragile cessate il fuoco che per due giorni aveva fatto sperare che in Siria si potesse arrivare a una soluzione politica per fermare lo spargimento di sangue che dura da oltre un anno.

Nella notte, secondo i gruppi di opposizione, l’esercito regolare del regime di Bashar Assad ha ripreso a cannoneggiare Homs, la città simbolo della protesta iniziata il 15 marzo del 2011. Omar Homsi, un attivista anti-regime, ha detto all’agenzia di stampa tedesca Dpa che molte granate sono cadute sul quartiere di al-Kussair e che nella notte l’esercito ha schierato altri reparti nella città ribelle, violando l’accordo mediato da Kofi Annan, inviato speciale di Onu e Lega Araba, che prevedeva tra le altre cose, che le truppe fossero richiamate nelle caserme. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Ong dell’opposizione con base a Londra, l’artiglieria governativa ha bersagliato anche i quartieri di Jurat al-Shayah e al-Qarabis. Inoltre, aggiunge l’Osservatorio, a Dmeir, periferia di Damasco, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco a un check point uccidendo un civile e ferendone altri due che viaggiavano a bordo della stessa auto.

Altre 20 persone sono rimaste ferite a Deraa, nel sud del paese, vicino al confine con il Libano, quando le forze di sicurezza hanno sparato contro una manifestazione anti Assad. E sempre a Deraa, secondo fonti citate dalla Cnn, ci sono stati almeno cinque arresti di persone legate alle opposizioni. Manifestazioni pacifiche, invece, ci sono state ad Hama, la città massacrata nel 1982 da Assad padre per sedare una rivolta anti governativa, dove comunque, secondo gli oppositori locali, la presenza dell’esercito è stata rafforzata. L’agenzia di stampa ufficiale Sana, inoltre, scrive che sempre ad Hama un ufficiale dell’esercito è stato ucciso in un «agguato di terroristi», mentre un altro gruppo di «terroristi» sarebbe stato respinto mentre cercava di «infiltrarsi» in territorio siriano dalla Turchia, nella zona di Idlib, quella dove anche ieri ci sono stati scontri tra esercito regolare e ribelli, nonostante il cessate il fuoco.

E mentre la situazione sul terreno sembra volgere al peggio, all’Onu nel pomeriggio è stato votato il testo della risoluzione che autorizza l’invio dei primi caschi blu in Siria. Il documento approvato dal Consiglio di Sicurezza prevede l’invio di una missione di osservatori delle Nazioni Unite sul territorio con il compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco previa proposta formale di Ban Ki-moon, che i Quindici dovranno ricevere entro il 18 aprile. I Quindici – si legge ancora nel testo – decidono di autorizzare un team di ‘anticipo’ composto da 30 osservatori non armati per mantenere i contatti con le parti e iniziare a riferire in merito all’attuazione dello stop alla violenza armata di tutte le parti in Siria. Il sì dell’organo Onu arriva dopo che le precedenti due risoluzioni sono state bloccate dal veto di Russia e Cina.

Che l’accordo fosse vicino lo ha anche detto in una intervista alla Cnn il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi. «Assad ha perso ogni legittimità a governare il suo popolo – ha detto Terzi – E occorre avviare subito un processo politico includente e che comprenda tutte le opposizioni della Siria, con l’obiettivo di arrivare a un sistema politico che garantisca anche il rispetto dei diritti delle minoranze». Secondo il titolare della Farnesina, la situazione in Siria ha raggiunto proporzioni «catastrofiche» ed è indispensabile che l’Onu decida oggi di inviare i primi caschi blu «che abbiano libero accesso nel paese» e possano garantire la tenuta di un cessate il fuoco decisamente molto fragile se non già irrimediabilmente compromesso.

A dimostrazione di quanto sia precaria la situazione, il settimanale tedesco Der Spiegel pubblica la notizia di una nave di un armatore tedesco fermata nel Mediterraneo con un carico di armi, forse iraniane, destinate al porto di Tartus, in Siria. In quel porto hanno fatto scalo le navi militari iraniane arrivate in Siria alcune settimane fa, mentre è di casa la marina militare russa, che ha lì la sua unica base all’estero. Il governo tedesco – impegnato con l’Iran anche sul difficile capitolo del dossier nucleare – sta facendo tutte le verifiche per capire se le armi fossero destinate al regime, come sembra probabile data la destinazione, e da dove venissero effettivamente.

di Joseph Zarlingo