Si arrabbierà, Giulio Casale, perché come tutti quelli che hanno amato troppo vive ora il riflusso (e forse l’eccessivo distacco), ma il suo nuovo disco è davvero “polemico e violento”. Proprio come Polli di allevamento, lo spettacolo di Giorgio Gaber che ha reinterpretato con meticolosa aderenza filologica.
Dopo aver letto troppe volte che somigliava al Signor G fin quasi a sembrarne il clone, Casale sembra ora volersi smarcare da quella filiazione così manifesta. Ha frequentato (e lo farà ancora) il teatro canzone parlando di Sessantotto e Nanda Pivano. La sua cover di Preghiera in gennaio bastava per dare la misura di un talento interpretativo quasi eccessivo. Come deliberatamente eccessiva, e spietatamente sincera, è l’urgenza che sottende ogni traccia di questo lavoro.

Programmatico a partire dal titolo, Dalla parte del torto: “Mi sono seduto dalla parte del torto/ perché ogni altro posto era occupato” (Mistificazione).
 Due citazioni in un corpo (e colpo) solo: il titolo dell’album rimanda a Claudio Lolli, la frase a Bertold Brecht. All’interno di una confezione scarna in bianco e nero – l’artista ascetico, barba lunga e aria “sciupata” che prova a deturpare un’avvenenza che gli sarà parsa fuoriluogo – Casale ha riportato poche righe che si concludono così: “Mi pare che siamo rimasti in pochissimi a credere nella canzone. L’album è dedicato a quei pochi. Dalla parte sbagliata”.
 La critica più facile è quella di una visione manichea e forse autoreferenziale, con l’autore che si proclama artista salvo in quanto schierato dalla parte del torto: ovvero del dubbio e della minoranza, del rischio e della omologazione irricevibile.

Di fatto Casale è davvero come si presenta e (si) canta: una sorta di ultimo cittadino libero di questa famosa città civile, e senza neanche un cannone nel cortile (per parafrasare un altro gigante che ha spesso lambito, Fabrizio De André). Le prime parole che incontri, all’interno delle 12 tracce, recitano: “Cantami la tua canzone/ e non fare sconti che non è stagione/ (..) Cantami ma non d’amore/ che non basta agli occhi quest’orrore”. Casale canta l’orrore (ma anche l’amore) e non fa sconti. Neanche a se stesso: la straordinaria Apritemi è così intima da mettere quasi in imbarazzo l’ascoltatore, troppo poco abituato alla sincerità fragile di chi non ha voglia né possibilità di nascondersi. Casale è uomo intriso di inquietudine, scrittore di prim’ordine. Intellettuale contrastato e animale da palcoscenico che non si concede neanche il tempo di dormire (dal 12 aprile di nuovo a teatro, il Litta di Milano, con lo spettacolo di prosa cantata La febbre), refrattario – più di quanto vorrebbe – all’idea di leggerezza. Litiga ogni giorno col suo presente (e con il suo paese). Capitava come leader degli Estra e ora più che mai, sospinto com’è da una violenta bulimia artistica. 
La produzione è di Giovanni Ferrario (Pj Harvey e non solo).

Suoni e chitarre sono nevrotiche, e necrotiche, come le storie narrate. Non tutto è pienamente risolto. La parte centrale patisce qualche flessione (Fine è un singolo che non funziona, Magic Shop una cover sbiadita). Poi però incontri Virus A (anche qui Casale si arrabbierà, ma la parentela con La peste di Gaber-Luporini è palese). E il trittico finale, Personaggio comune/ Senza direzione/ La febbre, in cui la forma canzone (meno oltraggiata del solito) raggiunge il suo massimo. 
Se fosse un voto, sarebbe 7+. Ma Dalla parte del torto non sarebbe mai un voto. E’ disco estremo, ossessivo, spietato. Doloroso e puro, anche nelle sbavature. Coraggioso e prezioso. Polemico e violento. L’ulteriore tassello nel cammino di un artista ribelle, ferito e soprattutto vero. Con troppo spazio tra sé e sé. E una carriera raminga atta a riempirlo.

Giulio Casale
Dalla parte del torto
Novunque