Il prelievo del sangue, attraverso test di laboratorio, consentirà di distinguere la malattia di Alzheimer dalle altre demenze senili. Il nuovo fronte della ricerca scientifica è stato aperto a Chieti dal centro studi per l’invecchiamento dell’università D’Annunzio in collaborazione con la Fondazione D’Annunzio e l’Università di Bristol, in Inghilterra. L’annuncio, dato dall’ateneo teatino che, insieme all’università inglese, contribuisce alle indagini sulle malattie dell’invecchiamento da alcuni anni, è stato accolto con una certa soddisfazione dalla Federazione italiana dell’Alzheimer, che però suggerisce di attendere tempi migliori per valutarne gli effetti. “Siamo ancora lontani – afferma il professor Marco Onofrj, uno dei medici che hanno guidato la ricerca – dallo sviluppare la terapia esatta per debellare il morbo, ma almeno abbiamo i mezzi per stabilire con esattezza di quale genere di malattia si tratti, così da approntare gli strumenti idonei per combatterla”.

L’idea di questa ricerca è partita da due studentesse di Chieti: Paola Lanuti e Fausta Ciccocioppo. E due anni fa si è messo in moto il meccanismo dei finanziamenti che ha contribuito all’esito felice della ricerca. Circa 255.000 euro di investimento per un risultato che potrebbe condizionare positivamente gli esiti ancora incerti di questa battaglia contro la “malattia dell’invecchiamento”. Il professor Onofrj ricorda come “i volontari siano stati scelti soprattutto tra i familiari dei tecnici. Si sono sottoposti a esami e test clinici venti pazienti affetti da Alzheimer, e altri 31 con demenze senili diverse”. Ma come si è svolta la ricerca? “Abbiamo deciso di studiare i linfociti che sono trasmettitori di notizie – spiega Onofrj – e soprattutto conservano la memoria del contatto con la Betamiloide che è una proteina propria dell’Alzheimer e che si deposita nel cervello”. Fino ad oggi non esisteva una verità scientifica su questo passaggio. Quando il paziente era affetto da una malattia demenziale si studiava il suo comportamento, gli si ponevano domande e si raggiungeva la diagnosi senza verificare la memoria dei linfociti e soprattutto tenendo presente la casistica precedente.

Con i test di laboratorio, dopo aver selezionato i pazienti accuratamente, si stabiliscono con precisione le differenze demenziali. Quello che manca per chiudere il cerchio è riuscire a bloccare la progressione della malattia con cure che siano certe al cento per cento. Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer italiana appare sorpresa e va con i piedi di piombo: “Ma si tratta di un’ipotesi? Se fosse vero sarebbe da prima pagina dei quotidiani di tutto il mondo. L’Italia è al primo posto assoluto nella classifica dei malati di Alzheimer. Nel nostro Paese c’è un milione di persone che soffre di demenza senile e circa il 50-60 % è colpito da questo morbo. La nostra federazione, composta da 46 associazioni in tutto il Paese, ha ricevuto in 18 anni circa 120.000 richieste di aiuto. Siamo lontani da una terapia che elimini la malattia e soprattutto siamo ancor più lontani dallo stabilire la causa e le concause che la generano. Sono contenta di questo risultato, ma posso dire che occorrerà del tempo per valutare gli effetti.”. Il caso dell’Università di Chieti, come ha precisato il professor Onofrj, non indica le soluzioni, stabilisce soltanto la natura della malattia: “Un bel passo in avanti – conferma Salvini Porro – anche se dovrò studiarmelo con attenzione”.

di Andrea Barchiesi