E’ stato inaugurato settimana scorsa il nuovo laboratorio antidoping per le Olimpiadi di Londra 2012. Situato nella zona industriale di Harlow, nell’Essex, a circa trenta chilometri da dove sorge il nuovo stadio olimpico, è un impianto mastodontico che sembra il set di un film hollywoodiano di fantascienza. Grande come sette campi da tennis, è stato interamente pagato dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline, che vi ha investito più della metà del budget di 24 milioni di euro destinati dalla multinazionale alla sponsorizzazione dei giochi olimpici.

A dirigere l’equipe di 150 scienziati e oltre mille volontari, che faranno sì che il laboratorio durante i giochi sia in funzione per 24 ore al giorno, è il professor David Cowan: capo del dipartimento di Scienza Forense e Controllo del Dosaggio di Farmaci dell’università King’s College di Londra. All’inaugurazione erano presenti, oltre al direttore del laboratorio e al board della Glaxo, il presidente del Locog (il comitato organizzatore) Sebastian Coe e il ministro dello sport britannico Hugh Robertson, che ha detto: “E’ il più moderno e aggiornato laboratorio antidoping esistente al mondo. Se non possiamo garantire con assoluta certezza che saranno Giochi esenti da doping, possiamo però garantire che abbiamo messo in piedi il miglior sistema possibile per individuare chiunque abbia intenzione di barare”.

Durante il mese olimpico saranno infatti svolti oltre 6250 test antidoping, di cui un quinto sarà svolto su campioni di sangue e non semplicemente di urine. Più della metà dei circa 10 mila partecipanti saranno quindi controllati. Alcuni atleti, a seconda che la disciplina sia considerata più o meno a rischio, lo saranno più di una volta, così come sarà sottoposto a test antidoping ogni vincitore di una medaglia. Ogni provetta sarà immediatamente trasferita nel nuovo laboratorio, e testata per individuare la presenza di oltre 200 tipi di sostanze illecite. Tra cui Epo (eritropoietina) e ormoni della crescita. Entro 24 ore ci saranno i risultati dell’analisi, che verranno resi pubblici in caso di negatività. In caso di positività la provetta sarà denunciata come tale dopo 48 ore, o dopo 72 nel caso della presenza di Epo. Nel caso di positività, l’atleta avrà il diritto che sia testato anche il campione B, prelevato allo stesso momento del campione A, e sempre alla presenza di almeno un rappresentante legale dell’atleta. Il campione B rimarrà poi conservato per altri 8 anni, come da regolamento Cio (Comitato Olimpico Internazionale), in modo da poter essere nuovamente analizzato in accordo con i progressi della scienza.

Fin qui le misure messe in atto per combattere il doping. Ora i problemi. Innanzitutto c’è il rischio che si configuri un vero e proprio conflitto di interessi. E’ infatti la prima volta che una casa farmaceutica sponsorizza un laboratorio antidoping olimpico. Ma Andrew Witty, direttore esecutivo di GlaxoSmithKline, spiega che l’azienda ha stipulato un accordo di collaborazione con la Wada (Agenzia mondiale antidoping), alla quale fornirà tutte le informazioni sui farmaci da loro prodotti e anche su quelli ancora in via di sviluppo, e nega con forza: “Non ci sarà alcun conflitto di interessi, al mille percento. Il nostro coinvolgimento è limitato alla costruzione dell’impianto e delle attrezzature, non avremo alcun ruolo nel processo di analisi.” Resta il fatto che, oltre alla costruzione del laboratorio, anche ogni singolo test (dal costo medio di 500 euro, e da moltiplicare minimo per 6250 volte) sarà pagato dalla Glaxo: la casa farmaceutica avrà quindi un ruolo, anche solo economico, nel processo di analisi.

Inoltre, sembra eccessivo l’ottimismo profuso dal presidente del Locog Sebastian Coe – che ha pronosticato per Londra “le Olimpiadi più pulite dell’era moderna” – e dal direttore del laboratorio David Cowan, che durante l’inaugurazione ha spiegato: “Le tecnologie antidoping si sono molto evolute da quando sono state assegnate le Olimpiadi a Londra (luglio 2005 ndr.). Se qualcuno proverà a barare, non avrà successo. Saremo vigili, rapidi ed efficienti.” Come fa notare in un’intervista alla radio della BBC il presidente del Cio Jacques Rogge: “A Londra è stato fatto tutto il possibile per contrastare lo sviluppo del doping. Ma sarebbe ingenuo e bugiardo sostenere che non ci saranno atleti positivi. Il doping fa parte della storia delle Olimpiadi”. Infine, c’è un problema di numeri: se è vero che i 6250 test che saranno effettuati nel giro di un mese sono un record, non è detto che siano sufficienti. Ad Atene 2004 i test effettuati furono 3667, e gli atleti risultati positivi 26. A Pechino 2008 i test effettuati salirono a 4770, ma il numero di atleti positivi crollò alla miseria di 6. Insomma, o gli atleti hanno smesso di doparsi o il vantaggio degli scienziati del doping su quelli dell’antidoping è cresciuto a dismisura. Basterà un laboratorio da fantascienza a ristabilire la parità?