Come voler arginare il mare con uno scoglio, parafrasando il sommo vate. David Cameron si scaglia contro la Rete: troppi video hard e violenti. È rimasto turbato nel constatare che le figlie – la più grande ha 8 anni – conoscono a memoria le canzoni di Rihanna. Lo shock è comprensibile, soprattutto a livello artistico, ma il problema da familiare è divenuto politico. Cameron intende limitare l’accesso ai video più disturbanti, come quello (Man Down) in cui Rihanna uccide a sangue freddo il suo violentatore.

Il premier britannico non è il primo politico a tuonare contro il web, facendo leva sui buoni sentimenti (e citando i figli, tanto per far scattare il plauso bipartisan). Neanche un mese fa, Barack Obama aveva vietato Facebook alla prole: in piena campagna elettorale, guarda caso.

Cameron intende introdurre un sistema di classificazione che permetta ai genitori di sapere se video e canzoni visti e ascoltati dai figli contengano materiale scabroso. Temi a rischio: droga, armi, sesso e violenza. Cioè tutto, o quasi. Reg Bailey, amministratore della Mothers Union cara a Cameron, ha ipotizzato un messaggio di avvertimento (un bip? Una sirena? Un jingle di Don Backy?) per i genitori.

Approcci nobilmente pedagogici, almeno in apparenza, ma che suscitano molti dubbi. Non solo legati alla effettiva nobiltà d’animo dei politici interessati. Prima di tutto: cosa è violento, cosa proibito e cosa no? Chi lo decide? In seconda battuta, anche se asserirlo suona snob, è tutto da dimostrare che un filmato spinto sia più “cattivo maestro” di Uomini e donne, la D’Urso o anche solo un brano di Gigi D’Alessio.

C’è poi un terzo aspetto: limitare la Rete è impossibile. Non basta vietare due ore al giorno i social network o mettere il bollino rosso sui filmati osè: l’accessibilità illimitata rende vano ogni divieto e tramuta qualsiasi afflato proibizionista in blando palliativo. Il desiderio moralista, o moraleggiante, porta peraltro a idee deliranti, per esempio predisporre versioni purgate di opere sub iudice. Che significa? Predisporre un video di Rihanna senza la scena dello sparo? E magari una versione di Un giudice di De André senza la parola “culo”? Oppure togliere le scene truci da Bastardi senza gloria, un po ’ come il burro da Ultimo tango a Parigi?

Se ieri la censura era tutto sommato facile, e in nome della salvaguardia dei figli si sono consumati delitti artistici immani, oggi censurare è impossibile. A meno che non si desideri lanciare una fatwa contro il wireless e tornare all’età della pietra. Essere genitori è oggi più arduo? Probabilmente sì, ma incolpare la Rete è come condannare all’ergastolo le sequoie per le stragi del sabato sera. Cameron e Obama si rassegnino. E magari, tra uno slogan e l’altro, si chiedano perché le loro figlie sanno già tutto di Rihanna, tag e tweet, ignorando – forse – nozioni appena più rilevanti. E verosimilmente preziose.

Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2012