Londra, il nuovo stadio Olimpico

Rischiano di essere ricordate sempre meno come i “primi Giochi sostenibili” o i “Giochi dell’austerity”. Anzi, le Olimpiadi di Londra 2012 potrebbero entrare nella storia come la competizione più costosa di sempre. Il governo conservatore di David Cameron ha infatti deciso di raddoppiare le spese per le cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi (che passano da 40 milioni di sterline a 81) e per gli investimenti relativi alla sicurezza (da 271 a 553). I soldi sono stati prelevati dal fondo pubblico di spesa previsto per le Olimpiadi, creando malumori e proteste in un paese in cui i tagli a scuola e sanità sono all’ordine del giorno.

La decisione di raddoppiare il budget previsto per le cerimonie ha poco senso. Già 40 milioni sembravano troppi per un’inutile accozzaglia di fuochi di artificio sotto la guida del regista Danny Boyle (quello che dalle storie “acide” sul sottoproletariato scozzese di Trainspotting è passato alle favole buoniste del capitalismo compassionevole di The Millionaire). E pare ancor più assurdo raddoppiarne i costi per esaltare “l’opportunità unica di mostrare al mondo il meglio della nostra nazione”, nelle parole del ministro dello sport Hugh Robertson, attraverso la partecipazione all’evento di cariatidi della musica e di giovanotti usciti dai talent show televisivi.

Ennesimo salasso per le tasche dei contribuenti in tempi di crisi, i soldi provengono infatti dal fondo pubblico per la spesa olimpica, inizialmente stabilito in circa 9,3 miliardi di sterline (ripartite per il 67% a carico del governo, per il 10% a carico della città di Londra e per il 23% con i proventi della lotteria statale). Ma adesso c’è il rischio che questi soldi non bastino più. Mentre il ministro Robertson sostiene che il 95% dei costi è sotto controllo e che del budget previsto di 9,3 miliardi restano ancora a disposizione 550 milioni per le spese straordinarie, le organizzazioni di supervisione e controllo delle spese avvertono che, quando mancano ancora otto mesi all’inizio dei Giochi, rimangono solamente 36 milioni disponibili per risolvere enormi problemi: prima di tutti quello della viabilità, del traffico e del potenziamento dei mezzi pubblici.

Anche per quello che riguarda le spese relative alla sicurezza c’è qualcosa che non va, come minimo era stata fatta una stima al ribasso all’inizio. E ha poco senso affermare, come fa il ministro Robertson, che al momento della prima definizione del budget “non erano ancora scoppiate le primavere arabe”. I 271 milioni preventivati coprivano infatti misure standard, con circa 10 mila uomini tra poliziotti e guardie private. Pare però che gli Stati Uniti, furiosi per la pochezza dei piani adottati, fossero intenzionati a mandare 1000 loro uomini, inclusi 500 agenti del FBI, ad invadere Londra tra luglio e agosto. Ecco che allora, a poco più di duecento giorni dall’inizio dell’Olimpiade, il governo è stato costretto raddoppiare la spesa prevista per portare a 24 mila gli uomini attivi sul campo durante le Olimpiadi.

Per risparmiare da qualche parte si è quindi deciso di mettere una pezza a caso, dove però non c’era il buco; anzi, c’era un progetto meritevole, e con il rischio di creare una voragine assai peggiore dal punto di vista morale. Il governo ha infatti stabilito che i 7 milioni necessari per il “lenzuolo” che avrebbe dovuto circondare lo stadio non usciranno dal budget di 9,3 miliardi. Addio al manto di materiale ecosostenibile su cui sarebbe stato possibile esporre opere di giovani artisti. Ma siccome la copertura architettonica dello stadio è fondamentale per proteggere i campi di gara dal vento, è stato deciso di affidarne la costruzione a sponsor privati. Sarà la Dow Chemicals, una multinazionale americana sponsor istituzionale del Comitato Olimpico, a costruire privatamente il “lenzuolo”, ma lo farà con materiali plastici come poliestere e polietilene e lo coprirà con il suo logo.

Ma non è finita qui, perché la Dow Chemicals è dal 1999 la maggior azionista della Union Carbide, la multinazionale della chimica protagonista del disastro di Bophal. Nel 1984 nella città indiana di Bophal la fuoriuscita dolosa di tonnellate di materiale velenoso costò la morte di oltre ventimila persone e causò malattie tremende ad altre centinaia di migliaia di inermi cittadini. Gli effetti del disastro continuano ancor oggi, nella zona il tasso di mortalità è più del doppio rispetto alla media. Il processo che ne è seguito, con l’impossibilità per il governo indiano di ottenere i giusti risarcimenti, è un caso di studio sugli effetti deleteri della globalizzazione neocoloniale liberista. Ora c’è il rischio che l’India decida di boicottare le Olimpiadi. Il 5 dicembre gli atleti indiani decideranno a referendum se partecipare o meno ai Giochi. Comunque andrà, il fatto che all’azienda responsabile di quel disastro si affidi il compito di circondare lo stadio che ospiterà quelli che dovevano essere i primi “Giochi sostenibili”, è un fatto quantomeno ambiguo.