Un dialogo aperto da più di quarant’anni. Lui, Francesco Guccini, Bologna, i personaggi strampalati che riempiono le sue canzoni, che siano anarchici, frati, donne, fotogrammi. O più semplicemente amici di un viaggio interminabile che nella via Emilia ha un inizio, ma sempre e comunque un ritorno.

Diecimila persone. Tante, un’infinità, come e più di Paul McCartney. Non dimentica neppure di citarlo Guccini quando sale sul palco del palasport di Casalecchio di Reno. Non dimentica i compagni di avventura, soprattutto quelli che non ci sono più, in particolare Bonvi, l’uomo che con la matita inventò le Sturmtruppen e Nick Carter e che Guccini portò a Bologna da Modena, nel lontano 1961, e Victor Sogliani, il leader dell’Equipe 84, che nell’Italia dell’inizio anni Sessanta hanno rappresentato qualcosa che si avvicina molto ai Beatles, addirittura anticipandoli.

Guccini sul palco si racconta e racconta. Parla di una Bologna che non c’è più o che, molto probabilmente, non è mai esistita. Parla delle osterie e del vino venduto a 25 lire a bottiglia, di due tipi: bianco e rosso.  Parla Di via de’ Poeti, della Cirenaica, della musica, della poesia.

Non manca un accenno al governo, soprattutto ai “ministri che finalmente se ne sono andati”, ma Guccini trova anche il tempo – e il garbo – per evitare di enfatizzare quello dei tecnici : “Non è che se si rompe l’impianto elettrico di casa bisogna chiamare un ministro perché è tecnico”, dice ridendosela sotto la barba prima di invitare informalmente Mario Monti a non andare a Porta a Porta. Poi attacca con Canzone per un’amica, il brano che apre sempre i suoi concerti dal vivo.

Una serata, quella con Guccini, che vola via in un batter d’occhio. Le canzoni di vita quotidiana, quelle d’amore, poi ancora le ballate. Sulle strofe di Cyrano, Guccini, lascia i suoi collaboratori in apprensione. Percepiscono che qualcosa non quadra. Lui si mangia qualche parola, perde un po’ di grinta, e sveltisce la pratica portandola velocemente alla conclusione del pezzo. Ma quando tocca al gran finale e dopo due bicchieri d’acqua, è il solito Guccini, quello di sempre.

Così il pubblico, come da quarant’anni a questa parte, ha continuato a cantare in coro sovrastando la voce dal maestrone, che è subito andato avanti deciso, con Dio è morto e, imbracciata la chitarra con un po’ di fatica, quella Locomotiva introdotta da poche parole di saluto: “Come avete intuito, poco fa mi è andata via la voce”.

Concerto chiuso. “E’ stato un forte calo di pressione”, ha dichiarato il suo staff. Nulla di grave, per fortuna. Tanto che Guccini dopo un breve controllo da parte del medico del tour, se n’è subito andato in osteria per una cena a tarda ora. Come negli anni Settanta, quando si andava da Vito. Anche se le osterie di una volta non ci sono più. Ma se tutto cambia il pubblico sa che Guccini resta una certezza, il portabandiera di un cantautorato che ormai non esiste quasi più.

di Emiliano Liuzzi e Davide Turrini

La photogallery è di Roberto Serra