“Questo che leggerete è un racconto. E’ il mio racconto dei tre anni vissuti come ministro della Giustizia. E’ il racconto di mille giorni e di mille episodi”. Questo è l’incipit dell’opera prima di Angelino Alfano, segretario del Pdl, edito dalla berlusconiana Mondadori: “La mafia uccide d’estate”. Un campo di grano sulla copertina e un eloquente sottotitolo: “Cosa significa fare il ministro della giustizia in Italia”. Fatti, opere e missioni del più giovane responsabile di via Arenula, negli anni dell’ultimo governo Berlusconi tra leggi e provvedimenti ad personam che portano anche il suo nome, una su tutte: il lodo Alfano bocciato dalla Corte Costituzionale.

Alla presentazione, del libro si è parlato poco perché l’ex premier ha sfruttato l’occasione per fare una sorta di show. Ma tra le pagine del testo ci sono numerosi passaggi degni di nota. Una pagina del libro è dedicata alla firma dei primi decreti di applicazione del 41 bis, provvedimenti che “finiscono nella mani del boss in formato originale – scrive Alfano – e con la mia firma in bella mostra. Di regola, il boss legge il mio provvedimento, ‘mi ringrazia’ dentro di sé o ad alta voce ( più volte ne ho avuto notizia) e aspetta di parlarne con l’avvocato per fare ricorso al tribunale di sorveglianza”. Poi spazio alle commemorazioni, all’approvazione delle misure di prevenzione antimafia sull’attacco ai patrimoni dei beni mafiosi, ai ‘successi’ del suo governo, al mancato bavaglio sulle intercettazioni. Non solo gli atti di coraggio. Nel libro Alfano si scaglia contro l’antimafia parolaia e prende di mira anche i giornalisti. In particolare, contro i “mascariatori”: il giornalista che “abbassa gli occhi verso il cestino dell’immondizia e raccoglie una cartaccia vecchia e appallottolata per il semplice gusto di mascariare un ministro che ha fatto e continua a fare nient’altro che il proprio dovere”.

Alfano si occupa di diversi giornalisti ‘gli infangatori di professione’, dedica un paragrafo “Insinuate”, al libro I complici, scritto da Lirio Abbate, sotto scorta per le minacce ricevute dalla mafia, e Peter Gomez, oggi direttore del fattoquotidiano.it. Alfano riscrive i fatti nei quali è citato. Conferma di aver avallato la nomina ad assessore di Agrigento di un consigliere, lasciando così il posto libero a Giuseppe Nobile. Spiega: “Così, al neo-assessore subentrò in consiglio provinciale il primo dei non eletti, il quale dopo un po’ di tempo venne arrestato per associazione mafiosa”. Abbate e Gomez riportavano il fatto, ma rimarcavano che nessuno della dirigenza di Forza Italia avesse mosso un dito sull’ingresso di Nobile nel consiglio provinciale, non in funzione del suo successivo arresto, ma per i suoi trascorsi giudiziari e per la parentela con un boss. I giornalisti contestavano ad Alfano “la responsabilità politica” per l’ingresso in consiglio provinciale del consigliere successivamente anche arrestato. Per Alfano la citazione è lesa maestà e così descrive gli autori: “Capii quanto questi predicatori, oltre che di scrupoli, fossero privi di fede: non quella religiosa ma quella nelle proprie regole professionali”.

Sul libro I Complici aggiunge: “Il fatto che questi due episodi siano rimasti confinati tra le pagine semisconosciute di un libro di scarso successo(…)”. I Complici ha venduto più di 50 mila copie in 13 ristampe. L’altro episodio che ha irritato l’ex ministro è il fatto, riportato dagli autori del libro, che Alfano ha fatto visita al deputato regionale Giovanni Mercadante dopo il suo arresto, avvenuto nel 2006, per mafia. “Dopo l’arresto stette male e decisi di andare a trovarlo” spiega Alfano che poi cita il catechismo e la visita ai carcerati come opera di misericordia. La penseranno così anche i quasi 70mila detenuti in Italia che attendono il piano carceri promesso dal giovane ministro. Mercadante, ricorda Alfano, è stato assolto, nel 2011, dalla Corte di Appello di Palermo. Lo scorso ottobre la dda di Palermo ha chiesto l’applicazione per cinque anni della sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno per Mercadante. “Il quadro emerso nel processo – riferiva il pm citando la sentenza di assoluzione – è inquietante”. Ora si attende che la Cassazione si esprima sul ricorso.

Sugli esiti dei processi, Alfano fatica a scrivere. Dell’alleato politico Totò Cuffaro, cita il processo, ma non la condanna definitiva a 7 anni per favoreggiamento alla mafia. Lo stesso dicasi per il senatore a vita Giulio Andreotti. Alfano lo inserisce nella lista dei politici coinvolti in inchieste “Altri – scrive il segretario Pdl – processati e assolti, ma costretti a chiudere in ragione delle indagini ( Giulio Andreotti)”. Per Andreotti l’assoluzione, per insufficienza di prove, è per i fatti dopo la primavera del 1980, la Cassazione ha, però, riconosciuto la colpevolezza fino a quella data confermando i rapporti con Cosa Nostra, ma il reato commesso è caduto in prescrizione. Alfano non lo scrive.

L’affettuosità finale è per Marcello Dell’Utri, suo amico che sempre ha difeso, citato due volte nel libro in merito alla deposizione di Spatuzza, ma in trecento pagine Alfano non ha mai riportato la condanna in appello per il fondatore di Forza Italia a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per evitare politici collusi ha la soluzione. Nelle prime pagine del libro confessa di aver escogitato quando era coordinatore regionale del Pdl Sicilia un sorta di rito di iniziazione “Qualcosa – spiega Alfano – che fosse proprio nostro; un atto simbolico che marcasse una distanza più ampia, che segnasse un cuneo più profondo tra noi e la mafia”. Ogni candidato doveva recitare alcune frasi: “Amo la vita, dunque ripudio la mafia, amo la pace, dunque ripudio la mafia, amo la libertà, dunque ripudio la mafia, voglio il benesse per la mia terra, dunque ripudio la mafia (…)”.