C’è una foto che circola nella Rete egiziana. Uno splendido ritratto in bianco e nero. Mostra il volto di Ahmed Harara, un giovane dentista. Uno dei suoi occhi è coperto da una benda su cui è scritto “28 gennaio”. È il giorno in cui lo ha perso, quell’occhio, in una delle battaglie più pesanti che a piazza Tahrir hanno opposto “loro”, i ragazzi, alle squadracce mandate dal regime di Mubarak. Ahmed Harara ha perso l’altro ieri anche l’altro occhio, in un’altra battaglia che ha opposto “loro”, i ragazzi, a polizia ed esercito. Il suo commento dice già tutto: “Meglio vivere cieco nella dignità, che vedere ed essere umiliato”.

Ahmed Harara incarna, con i suoi occhi ormai inutili, il legame indissolubile tra gennaio e novembre, al Cairo. Tra il 25 gennaio che aveva portato in piazza milioni di egiziani, e questo novembre che ha costretto decine di migliaia di ragazzi a tornare a Tahrir. E a morire, a Tahrir. “E’ di nuovo gennaio”, scrivono gli attivisti sui tweet. “Non è una seconda rivoluzione egiziana. Stiamo solo portando a termine la prima”, dice Hossam el Hamalawy, uno degli attivisti di lunga data, e dei protagonisti del 25 gennaio.

Il messaggio è chiaro, anche se poco comprensibile agli osservatori occidentali. A Tahrir ci sono gli stessi identici protagonisti del 25 gennaio. Nessun provocatore. Gli attivisti, i ragazzi: tutti coloro che vogliono difendere le conquiste di quei 18 giorni di proteste di piazza che tra gennaio e febbraio hanno costretto Hosni Mubarak a dimettersi. E hanno convinto, allora, i militari a gestire il potere e a costringere il presidente a lasciare il suo scranno.

Questo è il nodo della questione: i militari non hanno gestito la transizione, in questi dieci mesi. Hanno consolidato il potere nelle mani del Consiglio Militare Supremo (SCAF), rinviando sempre più il giorno in cui – forse – potrebbero passare la mano a un potere civile. I tribunali militari, che hanno giurisdizione anche sui civili, hanno portato nelle carceri dodicimila persone. Compreso, alla fine ottobre, uno dei nomi più noti e stimati di Tahrir, Alaa Abdel Fattah, ancora in cella. È stato il suo arresto, considerato un arresto politico, a far comprendere che la situazione stava precipitando. A scatenare l’ultima delle tante proteste pacifiche dei ragazzi di Tahrir, tre giorni fa, sono stati poi gli emendamenti costituzionali che prevedono la gestione del bilancio della difesa nelle mani dei militari, e il reintegro di nomi del partito di Mubarak nella competizione elettorale. Le forze armate, potente settore economico oltre che di sicurezza, si sono profilate sempre di più come un potere a parte, segno che lo SCAF sta cercando con tutte le sue forze di mantenere in piedi il vecchio regime.

Così, la guida del Consiglio Militare Supremo, Mohammed Hussein al Tantawi, è diventato il nuovo obiettivo della protesta. “Vattene”, gridano dalla piazza ora gremita, così come gridavano a Hosni Mubarak, che aveva scelto Tantawi vent’anni fa come ministro della Difesa e lo aveva tenuto al suo fianco per tutti gli anni seguenti. I morti sono troppi, la repressione cieca come e più di quanto lo era stata il 9 ottobre contro la manifestazione dei copti a Maspero: la resa dei conti, a Tahrir, è veramente iniziata. E si configura come uno scontro tra rivoluzione e regime.

In questo modo, con le proteste e la brutale repressione di polizia e militari, i ragazzi di Tahrir hanno di nuovo indicato la linea politica che i nuovi partiti devono seguire. Nessun compromesso con un potere militare che deve lasciare necessariamente il passo, se si vuole che la rivoluzione si compia sul serio. Il problema, insomma, non sono le elezioni, sempre più a rischio e sempre più marginali rispetto a uno scontro che va alla radice della transizione egiziana. E’ questione di democrazia, libertà e dignità. Vivere ciechi, o sopravvivere con tutti e due gli occhi.

di Paola Caridi