Fabio Scacciavillani e Mario MontiPeccato che le foto digitali non ingialliscano. Quando le riguardi manca il pathos che solo gli effetti del tempo sanno conferire alle cose. Le stampe sbiadite trasudano di nostalgia, mentre quei pixel perennemente vibranti ma asettici non mi suscitano emozioni. Eppure il Grande Golpe Globale, il G3 come lo chiamano i profani (per noi iniziati è l’Operazione Draghi dei Monti), fu messo a punto in quell’incontro immortalato nella foto.

Ricordo quando si materializzò l’ologramma di Bini Smaghi, un Chicago Boy come me, nel mio ufficio con vista mozzafiato sulla Casa Bianca, al Fondo Monetario Internazionale proprio il pomeriggio in cui ero placidamente intento a distruggere l’economia indonesiana lanciando testate multiple di neo-liberismo.

Senza preamboli, mi disse: “Sei stato implacabile nella  guerra in Croazia e le bancarotte di paesi da operetta. Valutiamo che sei pronto per una vera Mission Impossible! Sarai trasferito alla Bce. Prendiamo il controllo dell’Euro”.

Io provai a obiettare che avevo un paper da completare. Lo sfumato sorriso su quell’ologramma a colori tenui si irrigidì: “Falla finita con le pippe di econometria! A Chicago sei stato allenato per diventare uno spietato killer di economie e di welfare, non per smacchiare giaguari con le aspettative razionali”. Lbs conia battute che poi passa a Crozza, che a sua volta le cede a Bersani, il quale, non capendole, le inserisce nel programma del Pd dopo aver chiesto lumi alla Volpe del Tavoliere.

Passai due anni da favola a Francoforte: i parametri di Maastricht con cui torchiare governi democraticamente eletti, inflazione da debellare, aggregati monetari da comprimere, istanze sociali da reprimere, il tutto con pochi movimenti del mouse. Una sera che mi sentivo particolarmente carogna feci deflagrare l’hedge fund di un fighetto del Mit che si spacciava per guru di opzioni. Gli scagliai addosso un po di futures sul rublo e lo stesi. Come effetto collaterale scatenai la guerra in Cecenia, ma non nutro soverchie inclinazioni a occuparmi di banali dettagli.

Quando fui sicuro di aver piantato i semi di una crisi epocale dell’euro, arrivò l’ologramma di Draghi. Lui era già una leggenda tra gli iniziati e io ero quasi in stato di trance mentre lo ascoltavo. Mi disse che da ora in poi sarei passato agli ordini del Gruppo Bilderberg. Quel nome mi suonava oscuro. Lì per lì pensai fosse una marca di würstel e temetti di essere stato degradato a occuparmi di bassa macelleria sociale.

Mario suadente mi rassicurò: quel nome celava il cerchio supremo degli eletti la cui luce si proiettava su tutte le cose umane, ma anche divine. Devo ammettere che ero rimasto allo Stato Imperialista delle Multinazionali, ma Mario mi disse che quella roba era stata privatizzata sul Britannia. Mi avrebbero accolto in un luogo a Londra il cui nome all’inizio mi suonò come Golden Sex. Quando scoprii che invece si trattava di Goldman Sachs dovetti vendere il container di condom aromatizzati che avevo acquistato a causa dell’equivoco. Ma quel deficiente del trader colombiano invece di condom capì dotcom e mandò a gambe all’aria in un colpo solo Wall Street e Silicon Valley. Alla Bce lasciai le cose in mano a Lucas Papademos, un levantino sveglio che aveva contribuito a falsificare i conti nazionali greci e si apprestava a sconquassi peggiori.

Quanti ricordi nella swinging London di Blair che faceva tutto quello che volevamo! Avevo un joystick nel mio superattico con cui mi divertivo a far correre Tony da Downing Street al laghetto di Hyde Park per spaventare le anatre. Ogni tanto Mario mi faceva una lavata di testa per queste bischerate, ma in fondo si divertiva anche lui, quando non era impegnato in ingegnerie finanziarie o con la guerra in Afghanistan.

Due anni a Londra e poi il Medio Oriente. Lì passavano gli snodi nevralgici del pianeta dopo che avevamo preso in pugno la presidenza Bush, marcata stretto dal vecchio Hank Paulson. Dal Qatar controllavo le operazioni in Iraq, facevo impennare i prezzi del petrolio e indottrinavo le menti labili con Al Jazeera. In quella penisola incontrai l’altro Mario cui questa foto non ingiallita mi riporta.

Ormai ero ammesso alla presenza degli eletti. Con me non comunicavano più attraverso ologrammi. A Doha mettemmo a punto il piano per impossessarci dell’Italia. Pensavamo di imporre quello splendido labrador come ministro dell’Istruzione, poi però si rivelò troppo intelligente e dovemmo ripiegare su un’alternativa. Io sarei stato piazzato tra i blogger del Fatto Quotidiano, che avrebbe costituito la punta di diamante della cospirazione.

Oggi siamo a un passo dal dominio assoluto. Berlusconi? Solo una nostra pedina mossa da Letta che lavorava per Goldman. Ruby? L’ho scelta io in persona (è un peccato di gioventù di Carla Bruni). Ferrara? Gli do ordini ogni sera (mia l’idea di farlo esibire in mutande, molto carina no?). Tremonti? E’ un androide difettoso acquistato a Shanghai (ci aggiunsero Brunetta in omaggio, tanto era venuto male e poi al cinese dava sui nervi perché urlava ossessivamente “Cretino, cretino, cretino…”). Tremonti invece ripete in modo compulsivo “conti in sicurezza” e scrive frasi a casaccio di cui i giornalisti, per sentirsi fini (con la minuscola) intellettuali, fanno finta di comprendere il senso recondito (che in realtà non esiste). Quando lo portammo sul Britannia si perse per due settimane nelle stive cercando il bagno.

Solo un profano ha intuito tutto e denuncia disperatamente il complotto in cui è coinvolto anche Israele (e come possono mancare gli Ebrei e i Savi di Sion da un complotto che si rispetti?) ma invano. Il GGG è inarrestabile. Alla Commissione Trilaterale che si è riunita ieri nella cornice gotica della Rockfeller Chapel, all’Università di Chicago (dove le chiese sono intitolate ai capitalisti, non ai santi) stavamo voluttuosamente pregustando di papparci il mondo a Bocconi.