Il colosso del tabacco Philip Morris International vuole mettere le mani sui dati del consumo di sigarette tra i teenager racconti a fini di ricerca dall’università scozzese di Stirling.  L’ateneo, che per oltre un decennio ha condotto indagini sulle reazioni dei giovanissimi verso pubblicità e packaging delle sigarette, non ha alcuna intenzione di fornire i dati e si è opposta alla richiesta.

L’Institute for Social Marketing dell’università, che ha svolto le ricerche, ha intervistato in modo strettamente confidenziale e anonimo oltre sei mila giovanissimi tra gli 11 e i 16 anni di età. Svolte a partire dal 1999, le interviste sono state alla base di due importanti studi accademici sull’effetto che marketing e packaging delle sigarette hanno sui giovani nel Regno Unito.

La Philip Morris International, che produce il marchio Marlboro – il più venduto al mondo – ha chiesto alla University of Stirling accesso al materiale facendo ricorso al Freedom of Information Act (Foi), che permette di ottenere informazioni sull’operato e le attività di istituzioni, enti e aziende, università e istituti di ricerca. Una prima richiesta Foi era stata inoltrata dall’azienda in forma anonima nel 2009, tramite lo studio legale londinese Clifford Chance, per poi essere respinta perché gli avvocati non avevano reso nota l’identità del committente.

Abbandonati intermediari per mantenere l’anonimato, altre due richieste sono state emesse direttamente da Philip Morris, che afferma di avere un “legittimo interesse” a visionare le ricerche. Un portavoce del gruppo, negando le accuse di utilizzare la normativa in modo indebito, ha dichiarato: “Non andiamo contro la legge. Abbiamo solo richiesto legittimamente delle informazioni su una questione di nostro interesse”.

L’università ha rifiutato di consegnare i documenti, affermando che il farlo violerebbe la riservatezza garantita ai ragazzi intervistati e costituirebbe un precedente che ostacolerebbe ricerche future e la collaborazione con altri enti. Il Professor Gerard Hastings, direttore dell’istituto e uno degli autori della ricerca, ha detto: “Questi sono dati confidenziali sulle impressioni dei giovani e di come sono influenzati dal marketing del tabacco. E’ un tipo di ricerca che avrebbe messo nei guai un’azienda di sigarette se l’avesse condotta da sé. “Questi ragazzini sono stati assicurati che solo un ristretto numero di ricercatori avrebbe avuto accesso ai loro dati. E’ chiaro che la Philip Morris non rientra in questa categoria.”

L’università si è rifiutata di considerare la richiesta della PM definendola “preoccupante”. Questo non ha fermato il gigante del tabacco, che ha fatto ricorso presso il commissario del FOI in Scozia, Kevin Dunion. Il garante ha accolto parzialmente la richiesta dell’azienda, intimando all’università di elaborare più precisamente le sue motivazioni. Data la posta in palio, non sarà facile per l’università convincere l’azienda a desistere.

Si tratta infatti di una miniera d’oro di dati, statistiche e interviste di estrema importanza per capire il rapporto tra le sigarette e la fascia di acquirenti a maggior rischio, i più giovani. Avere accesso alla documentazione rappresenta per Philip Morris un’occasione unica per costruire il know-how per pianificare future strategie commerciali aggirando le norme anti-fumo sempre più stringenti – su tutte il temuto plain packaging, che imporrebbe un pacchetto standard per tutte le marche di sigarette, azzerando così l’appeal del marketing.

Una delle ricercatrici della Stirling ha affermato di ricevere telefonate anonime notturne, in cui viene minacciata. Lei accusa la lobby del tabacco di volerla spaventare e screditare i suoi studi ma, al momento, non ci sono elementi che collegano in alcun modo questi fatti all’azienda.

Il caso ricorda però quello della Brown & Williamson, che a metà anni ’90 utilizzò minacce e campagne denigratorie per intimidire e screditare l’ex dipendente Jeffrey Wigand, che intendeva rivelare le ricerche dell’azienda per aumentare il grado di dipendenza dei suoi prodotti nei fumatori. La vicenda portò ad una causa storica intentata da 46 stati Uusa contro la lobby del tabacco, che si concluse con un accordo extragiudiziale del valore di oltre 350 miliardi di dollari.