Per una volta B. dice la verità: “Non mettiamo le mani in tasca agli italiani”. Le mette direttamente al collo, anche perché in tasca troverebbe poco, a furia di pescare nelle tasche sbagliate, quelle dei soliti noti che pagano fino all’ultimo euro di tasse. Si attende con ansia che qualcuno dall’opposizione risponda con un altro slogan: “Mettiamo le mani in tasca ai ladri”.

1) La prima proposta l’ha lanciata ieri il Fatto: tassare di un altro 10% i 100 miliardi appena rientrati con lo scudo fiscale al prezzo stracciato del 5%. Siccome i titolari avrebbero dovuto pagarne 430 in tasse, ne hanno risparmiati 38: è troppo portargliene via 15 in tutto, cioè meno della metà del dovuto?

2) Nel 2007 il Guardasigilli Mastella creò una commissione per l’autofinanziamento della Giustizia, con magistrati come Greco, Davigo e Ielo. Ne nacque un ddl (ovviamente mai approvato) che fissava una cauzione sulle impugnazioni, per scoraggiare il contenzioso o almeno per renderlo più redditizio. Nel paese dei tre gradi e delle cinque fasi di giudizio, e della prescrizione prêt-à-porter, tutti ricorrono dappertutto per perdere tempo. Tanto è gratis. Perché non imporre un cipdi 2 mila euro per ogni ricorso (salvo che per i non abbienti) che rimane allo Stato se il ricorso (al Riesame, in Appello e in Cassazione) si rivela infondato? Hai fatto girare a vuoto la macchina, ora paga le spese, e non simbolicamente (oggi il ricorso in Cassazione “costa” 49 euro). Si dirà: lo Stato non recupera che il 3% delle spese di giustizia. Per forza: alla fine nessuno paga. Basta affidare i ricorsi non all’imputato, ma al difensore che, responsabile in solido, si farebbe anticipare i quattrini dal cliente. In Cassazione, fra civile e penale, arrivano ogni anno 100 mila ricorsi. Nel penale, la metà viene subito dichiarata inammissibile e un altro 25% a fine processo: il 75% di ricorsi respinti (35 mila su 50), con cauzioni di 2 mila euro, porterebbe allo Stato 70 milioni l’anno. Più quelli per il civile. Più, nel penale, quelli in Appello e al Riesame.

3) Anziché gingillarsi con le solite giaculatorie contro l’evasione, basta copiare una legge penale tributaria a scelta fra quelle esistenti nel mondo, e gli evasori finirebbero automaticamente in galera. Non c’è paese al mondo che non abbia in cella nemmeno un evasore, a parte l’Italia. Negli Usa si celebrano 3 mila processi l’anno per reati fiscali e gli evasori detenuti sono migliaia: le pene arrivano a 15 anni. In Italia, grazie alla riforma “carezze agli evasori” del 2001 (governo Amato) che rimpiazzò la 516/82 impropriamente detta “manette agli evasori” (che in manette non ci finivano neanche prima), è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un evasore passi per le porte di un carcere. La legge-porcata esclude dal reato più grave di “dichiarazione fraudolenta” (carcere fino a 6 anni) le “violazioni degli obblighi contabili”: cioè tutte le operazioni di sottofatturazione e omessa fatturazione tipiche di commercianti, artigiani e professionisti (il 90% dell’evasione). L’avvocato o il medico incassano parcelle in nero? Il ristoratore “dimentica” la ricevuta? Reato minore: “dichiarazione infedele”, fino a 3 anni di reclusione (prescrizione dopo 7 e mezzo, impossibile arrivare per tempo a sentenza) che in concreto si assottigliano a tal punto da essere convertibili in modiche multe tipo divieto di sosta. Altro regalo agli evasori: le “soglie di non punibilità”, come per il falso in bilancio modello Berlusconi: la dichiarazione infedele, per costituire reato, deve causare un’evasione oltre i 100 mila euro e la dichiarazione fraudolenta oltre i 75 mila. Sotto, niente penale. Sarà un caso, ma tanta generosità produce 120 miliardi di imposte evase all’anno. Basterebbe un decreto (l’urgenza è evidente) che raddoppi le pene e cancelli le soglie per mandare in galera i primi evasori e indurne molti altri a pagare di corsa. Sarà poco raffinato, ma mentre si bloccano stipendi e si tagliano pensioni alle persone oneste, noi sogniamo un politico italiano disposto a dire “in galera gli evasori”. Se c’è, batta un colpo.

da Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2010