“Mentre parlavamo udimmo il boato della bomba di San Giorgio al Velabro e cadde la linea. Le comunicazioni si erano misteriosamente interrotte. Vestito come ero chiamai la scorta e corsi a Roma. Me nemmeno a Palazzo Chigi funzionava il telefono. Pensai al colpo di Stato. E lo penso ancora”. Carlo Azeglio Ciampi ricorda così la sera del 27 luglio 1993, quando tra Milano e Roma, l’Italia viene colpita dal terrorismo mafioso. L’ex presidente della Repubblica parla davanti ai magistrati nisseni che indagano sulla strage di via D’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino. Un’inchiesta che ha avuto un’accelerazione grazie al contributo di due pentiti: Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, recentemente arrestato a Palermo. In sostanza la chisura dell’inchiesta promette di fare chiarezza su alcuni interrogativi rimasti ancora senza risposta. A partire dai mandanti esterni e dal motivo per cui Borsellino fu ucciso solo 57 giorni dopo Giovanni Falcone. Sul tavolo dunque c’è il nome del killer: Giuseppe Graviano. E un movente, per ora ancora troppo fumoso: il giudice sapeva troppo sui contenuti della trattativa mafia e stato.

Dentro a quest’inchiesta ci sono anche i verbali delle cariche istituzionali sentite. Si tratta di documenti inediti che l’Espresso pubblica nella sua edizione di domani. Accanto a Ciampi, ci sono le testimonianze di Giuliano Amato, Oscar Luigi Scalfaro, Vincenzo Scotti e soprattutto di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno che nel 1992 succede al Viminale al posto dello stesso Scotti. “Non sono mai stato, come pure mi hanno definito, debole, e non politicamente forte e dunque, messo al posto dell’onorevole Scotti perché più malleabile. Le ragioni furono solo politiche, come furono politiche le successive dimissioni di Scotti da ministro degli Esteri, e ciò in ragione del fatto che questi avrebbe dovuto dimettersi, come deciso dal partito, dall’incarico elettivo”. Parla così Mancino sgomberando, dal suo punto di vista, dubbi e ombre sulla propria nomina, maturata per abbassare il livello di guardia nei confronti di Cosa Nostra. E sarà proprio il giorno dell’insediamento di Mancino che, secondo i giudici, lo stesso Borsellino verrà a conoscenza dei contatti tra Stato e mafia proprio in quel giorno. Mancino incontrò il giudice? S’intrattenne a parlare con lui? “Non escludo di avergli stretto la mano il giorno del mio insediamento. Escludo tuttavia di essermi intrattenuto con il dottor Borsellino a colloquio. Peraltro, sottolineo che anche il giudice Aliquò ebbe a dolersi del fatto che quella mattina non vennero da me ricevuti per discutere di lotta alla mafia”. E poi conclude: “All’indomani delle stragi mafiose, non ho mai avuto notizia che detti delitti fossero stati decisi ed attuati dalla mafia al fine di ottenere benefici da parte dello Stato”. Dopodiché nega di essere venuto a conoscenza delle iniziative “parallele” avviate dal Ros. Concetto ribadito, anche quando i giudici gli leggono il verbale di Claudio Martelli che, invece, dice di avergliene parlato.

Insomma, la tesi di una nomina ad hoc di Nicola Mancino per annacquare la lotta alla mafia viene smentita, non solo dallo stesso ex ministro (nomina avvenuta per ragioni politiche), ma anche dall’ex premier Giuliano Amato: “Il nome di Mancino – sostiene davanti ai magistrati – venne fornito dal suo partito e segnatamente dal segretario della Dc Arnaldo Forlani e non lo misi in discussione anche considerando la sua esperienza. Non ritengo che il nome di Scotti agli Esteri possa essere stato motivato dalle iniziative da questo assunte sul tema della lotta alla mafia”.

Stesso copione per Vincenzo Scotti: “Decise la Dc”. Scotti passa al dicastero degli Esteri nel 1992. Fino ad allora opera in maniera energica contro le cosche, ad esempio creando la Dia. Dopodiché, a domanda esplicita, esclude decisamente che le stragi furono compiute per “di incidere sull’elezione del presidente della Repubblica e impedire la nomina di Giulio Andreotti”.

Della lista delle figure istituzionali sentite fa parte anche l’ex inquilino del Quirinale Oscar Luigi Scalfaro. Anche lui tiene la linea e sostiene di non sapere nulla dei provvedimenti per revocare il 41 bis a 300 detenuti.

Quindi tocca a Ciampi che ripercorre i momenti drammatici del 27 luglio 1993. In quei momenti convulsi l’allora premier convoca il consiglio supremo: “Erano tutti incerti. Una delle ipotesi che fu fatta era che si trattava di un attacco islamico. Ma il capo della polizia Parisi la smentì e parlò di mafia. In quella riunione trovai un senso di smarrimento, nessuno aveva delle idee chiare”