Un partito al governo per quattro volte in un paese formalmente democratico che nomina per acclamazione, sotto l’ imposizione del suo presidente e fondatore, il suo primo segretario dopo 17 anni. E lo fa con questo applauso a suffragio generale come ha scandito quello che ne è stato fino ad oggi l’esclusivo proprietario, ovviamente per evitare “burocrazie interne”.

Altrettanto ovvio che lo statuto prevedesse per l’elezione del segretario qualcosa di leggermente diverso e cioè una reale votazione che esprimesse i due terzi dei consensi, ma va da sé che in una giornata “storica” per il Pdl non si possa andare troppo per il sottile e secondo un metodo democratico a scoppio ritardato, la modifica statutaria sarà ex post. E tra gli elettori per acclamazione di Angelino Alfano è spuntato dietro un paio di occhialoni da sole per tentare di tutelare la sua preziosa privacy anche l’onnipresente Scilipoti: il fatto che non sia ancora iscritto al Pdl perché è più utile come Responsabile sempre ed altrimenti disponibile, è solo un dettaglio. Poi, a seguire, dato che “passava di lì” ha votato anche la modifica dello statuto del partito, come se fosse uno dei mille delegati al consiglio nazionale del Pdl, e bisogna convenire che era difficile dire di no a Berlusconi, autore tra l’altro della prefazione all’imperdibile autobiografia Scilipoti re dei peones che va a presentare martedì prossimo.

Certo tutte le modalità di investitura di Angelino Alfano autorizzano a pensare ad un segretario ad personam, utile a concludere il meno rovinosamente possibile una legislatura traballante e a tentare di portare a casa gli unici provvedimenti che sono ossessivamente nella testa del capo: bavaglio sulle intercettazioni e riforma per annientare la giustizia.

Molti osservatori hanno posto l’accento, al di là delle modalità dell’investitura e dello “spessore” politico del segretario, sul bisogno di “condivisione” della leadership, sul processo obbligato di istituzionalizzazione a cui il partito del capo è stato, anche se obtorto collo, costretto ad adeguarsi dopo l’uscita di Fini, e soprattutto dopo il fallimento del predellino e delle passerelle mediatiche davanti al palazzo di giustizia di Milano, fulminate dagli elettori con il voto delle amministrative a Milano e con l’affossamento del legittimo impedimento.

Certo Angelino – delfino a cui Bossi ha riservato la definizione un po’ minimale di “bravo ragazzo” si è spinto a parlare “di partito serio” e molto spericolatamente di partito degli onesti, precisando, a beneficio di un elettorato alquanto perplesso, e rivolgendosi a chi lo ha investito, che se Berlusconi “è un perseguitato” non tutti possono vantare un analogo status.

Ed ha persino aggiunto, in un passaggio scherzoso, non particolarmente apprezzato dal capo, che è giunto il momento di creare per il partito “un meccanismo semplice semplice di regole e sanzioni”, per decidere chi sta dentro e chi sta fuori e che è arrivata l’ora di superare il partito monarchico ed anarchico. Un progetto a dir poco rivoluzionario che si richiama addirittura ai criteri della democrazia interna, prevista dalla Costituzione e poco operante anche nei partiti degni del nome, e dell’onestà, che secondo il neo segretario dovrebbe imperare nel partito, con effetti che non sembra aver calcolato.

Intanto per stare sul concreto e sull’immediato il partito rifondato sui pilastri della trasparenza e della democrazia si sta mobilitando sulle priorità di sempre: intercettazioni e giustizia. Berlusconi puntualmente si è concentrato sulle questioni dirimenti e cioè “l’indispensabilità” dell’intervento sulle intercettazioni e della riforma della giustizia con gli argomenti storici: “la compressione e la violazione della libertà e del diritto alla privacy che è una parte del diritto alla libertà che è la nostra religione” e la dittatura di MD che fa abrogare dai giudici di sinistra della Consulta le leggi che non piacciono alla toghe rosse, annullando il voto dei cittadini.

Di qui l’urgenza di calendarizzare il ddl del governo sulle intercettazioni nell’ultima settimana di luglio prima della pausa estiva: un testo “pronto”, cioè la versione uscita l’estate scorsa dalla commissione giustizia, su cui si sono già espresse in termini di massimo allarme sia l’Anm, sia il segretario della Fnsi Franco Siddi che l’ha definito “una forzatura inutile, un’operazione miope e disperata da esaurimento nervoso” per nascondere il protagonismo della politica nella P4 e negli scandali quotidiani analoghi o limitrofi. Naturalmente sul testo prêt-à-porter del Governo molti nel Pdl auspicano e confidano apertamente che possano convergere anche i voti di una parte dell’opposizione.