“Chiedo rispetto e solidarietà civile. Testimonianza e partecipazione”. Questo l’appello di Lucia Uva, alla vigilia della fase dibattimentale del processo che deve fare luce sulla morte del fratello e che inizierà oggi. Giuseppe Uva è morto nel giugno del 2008 dopo essere stato fermato dai carabinieri per ubriachezza molesta. Il 43enne era stato trattenuto in caserma per quasi tre ore, in circostanze ancora da chiarire, prima di essere sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese, dove poco dopo ha trovato la morte.

Il provvedimento penale vede finora coinvolti, a vario titolo, solo tre medici (Mario Catenazzi del pronto soccorso, Carlo Fraticelli ed Enrica Finazzi del reparto di psichiatria) accusati di aver somministrato a Uva dei farmaci incompatibili con il suo stato di ubriachezza. Tuttavia le ricostruzioni ufficiali non convincono i familiari di Giuseppe Uva, che chiedono a gran voce di capire cosa sia successo nella caserma dei carabinieri fra le 3 e le 6 del mattino di quel 14 giugno e, soprattutto, chiedono una spiegazione per le tracce di violenza trovate sul corpo dell’uomo.

Ieri pomeriggio Lucia Uva ha così rivolto un appello all’opinione pubblica, affinché si tenga alta l’attenzione sul caso di Giuseppe, che conta molte analogie con altri episodi che nel passato recente hanno scosso le coscienze degli italiani: “Io voglio solo la verità, nient’altro”. Nel ricordare le incongruenze e le stranezze della vicenda che è costata la vita al fratello, Lucia Uva non ha risparmiato parole di critica ad Agostino Abate, il pubblico ministero che sta conducendo l’indagine, a cui imputa un comportamento ostile e irrispettoso: “Ha mancato di rispetto a me e alle mie sorelle affermando pubblicamente che noi avevamo manipolato il povero corpo di mio fratello appena morto – ha detto la donna -. Perché anziché dirlo ora non ci ha denunciato? Se io ho manipolato il corpo di Giuseppe voglio essere processata e condannata”. Una provocazione forte quella di Lucia Uva, che ha chiesto a tutte le persone sensibili alla sua tragedia di aiutarla denunciandola in ogni sede opportuna: “Io non provo odio – ha aggiunto – ma solo rabbia impotente per quello che mi sta accadendo, credo però fermamente nelle istituzioni e nella magistratura e, se non sono io a sbagliare, vi prego di aiutarmi a farmi processare, sarà il solo modo per far conoscere la verità sulla morte di mio fratello”.

Accanto alla sorella di Giuseppe Uva anche altre due donne che stanno combattendo una battaglia per la verità e la giustizia: Ilaria Cucchi e Patrizia Moretti. La sorella di Stefano Cucchi e la madre di Federico Aldovrandi hanno scelto di essere a Varese per l’udienza di questa mattina, manifestando concretamente la propria solidarietà e vicinanza ai familiari di Uva: “Siamo qui con Lucia, perché crediamo che standole accanto possiamo continuare quello abbiamo iniziato affrontando le nostre vicende”, ha detto Patrizia Moretti, a cui hanno fatto eco le parole di Ilaria Cucchi: “La vicenda della morte di mio fratello ha molte analogie con la storia di Giuseppe. Ma fin dalla prima udienza a cui ho assistito qui a Varese, ho avuto una sensazione di ostilità e contrapposizione da parte del Pm. A noi, pur nelle differenze di veduta, hanno sempre dimostrato umanità e sensibilità per il dramma che stavamo vivendo”. Nel processo per la morte di Cucchi (iniziato giovedì) sui banchi degli imputati siedono dodici persone tra medici e appartenenti alle forze dell’ordine: “Nel caso di Giuseppe sono imputati solo tre medici, con testimoni ignorati e persone mai sentite – continuano le tre donne -, c’è una sorta di velo nero che oscura il caso, un’ingiustizia nell’ingiustizia, come se quello che è successo durante quelle tre ore passate in caserma non contassero niente”. E poi concludono: “Siamo qui anche per riaffermare il rifiuto di qualsiasi violenza, da qualunque parte venga. Per questo un pensiero sincero va ai carabinieri aggrediti a Grosseto e alle loro famiglie, a cui esprimiamo la nostra vicinanza e la nostra solidarietà, perché sappiamo cosa significa subire la violenza”.