Un vecchio liberale come il sottoscritto, democratico e repubblicano, si sente tremendamente “inattuale” quando verifica le quasi insormontabili difficoltà nel cercare di mettersi in sintonia con i propri interlocutori; oggi, all’epoca del “vaffa”.

Sensazione amara, che ho provato ancora una volta scorrendo buona parte dei commenti al mio ultimo post; in cui insorgevo contro le fatwa di preti sovreccitati, che inneggiano all’eliminazione fisica dell’orrido Berlusconi. Cui contrapponevo un ragionamento in apparenza ovvio (quantomeno per me), oltre che infinitamente più civile del loro: a prescindere dall’apologia di un reato penale e di un peccato mortale (per chi è – o dovrebbe essere – credente), i tremendismi verbali dei “Santi Inquisitori redivivi” sono semplicemente una forma estrema e inquietante di narcisismo impotente. Solo battendo il cacicco di Arcore sul piano politico si può estirpare la mala pianta che è venuta proliferando all’ombra del suo pluridecennale dominio; contagiando pure il fronte avverso (sia chiaro: avverso solo a parole).

Invece i contraddittori, non di rado poco amabili, mi hanno addebitato ogni tipo di nequizia: dal radicalismo più o meno chic alla demenza senile. Insomma: battere politicamente un devastatore della politica? Pura perdita di tempo! Questo il succo di tante risposte che ho ricevuto.

A questi critici vorrei porre solo una domanda: ma quando mai si è tentato di farlo? Per quanto ne so io, due volte si è provato a farlo elettoralmente (politicamente è un’altra cosa): con Romano Prodi, poi sgarrettato dai suoi stessi compagni di avventura. Per il resto, con il ben noto mentitore compulsivo si è cercato solo di trovare un accordo purchessia; lasciandolo così giocare liberamente a rimpiattino con quegli arrendevoli negoziatori che pure si ritenevano furbissimi, rimangiandosi ogni promessa e mettendoli sistematicamente nel sacco.

In sostanza – nell’attesa di un’improbabile soluzione giudiziaria, cui non è comunque pensabile delegare la rifondazione civile nazionale – si è accettato che l’arena della politica mutasse natura fino a diventare la negazione di se stessa: qualcosa di oscillante tra il foro boario, la televendita e il reality da fiction. È stato evocato a sproposito il fantasma dell’antipolitica quando si è coltivata sistematicamente la non-politica; mentre si cercava maldestramente di inseguire il Cavaliere sul suo stesso terreno (la comunicazione imbonitoria e il protagonismo dei personaggi da tifoseria): una scimmiottatura che rivela evidenti vassallaggi psicologici.

Per questo vale la pena di spendere qualche parola per precisare quanto si doveva fare e non è stato fatto. Spiegare cosa significa quel “battere politicamente” così criticato.

La politica è una pratica collettiva complessa, finalizzata a intrecciare convinzione razionale e passione mobilitante; a cavallo tra l’arte del discorso pubblico, le tecnologie del consenso e le conoscenze necessarie per intermediare domanda sociale e possibili soluzioni. Pratica indirizzata da un’opzione a monte: i valori in cui identificarsi quale scelta di campo; gli assetti che si intende promuovere. C’è qualcosa di tutto questo nella pappina insipida che oggi chiamiamo “politica”?

La tesi è che una feroce nullità come Berlusconi ha potuto stravincere proprio perché non ha mai dovuto misurarsi con la logica superiore del “politicamente”, inteso in tutta la sua potenza generativa. Dunque in questi anni ha potuto prevalere una visione impaurita del presente, indotta volta per volta da oscure minacce incombenti, solo perché mai è stato prospettato un progetto convincente di futuro da costruire insieme.

Dunque in questi anni ha funzionato una terribile macchina del tempo che, viaggiando all’indietro, ha riportato in auge visioni paleomachiste dei sessi (la donna come oggetto passivo del desiderio o mera riproduttrice) e un’idea primitiva della convivenza solo perché non sono mai stati contrastati con decisione i processi di imbarbarimento culturale in atto.

Dunque in questi anni ha egemonizzato ogni processo decisionale un’aggregazione di ceti interessati soltanto a difendere i propri privilegi, piccoli o grandi che fossero, solo perché si è costantemente trascurato di promuovere i diritti generali.

Questi anni che coincidono con l’incontrastato dominio delle gerarchie ecclesiastiche in combutta con i potentati plutocratici proprio perché si è smarrito il senso profondo di quel patrimonio prezioso chiamato “democrazia”.

Quella democrazia che, però, resta una vuota formula se non viene costantemente alimentata dall’agire politico. L’unica arma realmente efficace per spazzare via una costruzione fondata sull’illusionismo mistificatorio quale quella allestita da Berlusconi. Quella politica democratica che diventerebbe immediatamente vincente se solo riuscisse a scongelare la parte maggioritaria di cittadinanza ormai rintanata nel freezer del rifiuto. E magari fosse tanto efficace da aprire gli occhi, offrendo alternative reali, a quanti li hanno chiusi, cullati dai sogni mendaci propagandati dal Grande Ingannatore. Il pifferaio magico di Arcore, che nei suoi deliranti capricci d’onnipotenza sta trascinando l’intero Paese nel baratro.