Quando si presentò per la prima volta al grande pubblico, nel 1994, per comunicare la sua “voglia di gridare” si servì di un megafono. Oggi Daniele Silvestri riparte da quel megafono, che stavolta è virtuale, e si appella agli italiani in una sorta di “chiamata alle armi” sociale e culturale. Esplode di passione civile Scotch, il nuovo album del cantautore romano uscito il 29 marzo, e la metafora migliore dello spirito che lo ha animato è proprio “quell’oggetto così comune e dal nome così strano. Un adesivo leggero – spiega Silvestri – che tuttavia trattiene e impedisce di andar via, il simbolo della precarietà in un momento storico in cui tutto è raffazzonato alla meglio, nella società e nei sentimenti”.

Ne nasce un album, forse il più impegnato tra i suoi sette di inediti, che riesce a esprimere la conflittualità profonda tra la voglia di fuggire, per la disillusione di un’Italia sempre più schiacciata dalla crisi – sociale, culturale, economica, e dall’altra parte invece il sentimento, la voglia di impegnarsi per costruire insieme un futuro migliore. E la scelta di reinterpretare Io non mi sento italiano di Giorgio Gaber non è un caso. Una cover che “non significa essere anti italiani, ma ricorda che c’è una difficoltà a essere italiani fino in fondo, ed è proprio nella diversità che si trova la nostra bellezza”. Un’Italia precaria e un po’ più povera, ma soprattutto spaesata dal “vedere che i valori premiati sono sempre opposti a quelli che la maggior parte di noi sente di avere nel dna. Oggi risultano vincenti la furbizia e l’arroganza, e questo oltre a spiazzarci è diseducativo”. In “Monito®” si rivolge al presidente della Repubblica (“ha in mano un’arma scarica/la penna che ratifica”) per una riflessione sul suo ruolo. “Il fatto che oggi ci si debba rivolgere in continuazione al capo dello Stato come fosse un’ancora di salvezza, a prescindere dalla qualità o meno del suo lavoro, dimostra che in Italia c’è un deficit di democrazia”.

Scotch è però anche un disco in cui riappare il Silvestri di qualche anno fa, con una cura maniacale per gli arrangiamenti e che va dalla filastrocca al reggae, al rock, fino alle classiche ballad romantiche, in cui ritorna il tema della coppia e dei problemi del vivere insieme nell’epoca della precarietà (“Fifty-Fifty”). E mentre le canzoni prendevano forma nasceva il bisogno di condividere, di partecipare, “perché sentivo che in alcuni pezzi si apriva uno spazio creativo che sembrava fatto apposta per alcune persone”. E così il disco è venuto fuori arricchito da molte collaborazioni, come mai era successo prima. Dai vecchi amici (Niccolò Fabi e Raiz), ad alcuni compagni di viaggio (Bunna e Stefano Bollani) passando per un pilastro della canzone italiana come Gino Paoli, che si è prestato ad una divertente rilettura de “La Gatta”, che con “La Chatta” diventa una un racconto autoironico sulla nostra dipendenza da internet a dai social network. «Ci ho messo un po’ a farlo – il precedente album è del 2007 – ma alla fine sono contento. È esattamente il disco che volevo fare». Tra gli ospiti c’è anche Andrea Camilleri (“ho avuto bisogno di lui perché mi facesse entrare simbolicamente in Sicilia. Lui era perfetto, con la sua voce inconfondibile”). L’intervento dello scrittore precede “L’appello”, canzone dedicata a Paolo e Salvatore Borsellino, in cui il fratello del magistrato ucciso dalla mafia è la metafora dell’Italia che non molla, che vuole ripartire dal pulito che c’è, un modello di tenacia che diviene il simbolo di un futuro possibile.

Ma è con “Lo Scotch”, vero manifesto contro la fuga, che ritroviamo l’anima dell’album: “Ci sono scatole che sembra si rifiutino di contenere lo stretto necessario/e l’inventario che credevi facilissimo ora è un calvario/ e mette in crisi sia l’umore sia lo scopo. Chi parte crede che basti lo scotch, ma non chiude un granché, no”.