“La differenza fra il sistema comunista e quello capitalista, è che se ti danno un calcio in culo, sotto un sistema comunista devi applaudire, sotto il capitalismo puoi gridare: io sono venuto qui a gridare”. Parola di Reinaldo Arenas, uno dei più grandi scrittori cubani del Novecento, eppure poco conosciuto, soprattutto in Italia.

La storia di Arenas è la storia di un’isola, di una cultura, di migliaia e migliaia di anime in pena sospese tra dittature di segno opposto e un’irrefrenabile voglia di vivere. L’Italia, dicevamo, dello scrittore cubano sa pochissimo. E il perché è presto detto: Arenas incarnava alla perfezione tutto ciò che il sistema culturale di casa nostra non poteva accettare. Era troppo anticastrista per i maitre-à-penser di sinistra e troppo frocio per quelli di destra. Della sua vita, delle sue opere struggenti e oniriche, dunque, non si parla. Non da noi. Per capirne qualcosa in più, o anche solo per ascoltare questo nome per la prima volta, abbiamo dovuto aspettare l’immancabile biopic di Hollywood, “Prima che sia notte” (2000) di Julian Schnabel, tratto proprio dall’autobiografia di Arenas. Coppa Volpi a Venezia per Javier Bardem, recensioni osannanti dei critici. Ecco come si sdogana un personaggio scomodo nel Ventunesimo secolo. Peccato, però, che oltre alle liturgie da red carpet si è detto davvero poco dell’essenza di un’esperienza umana e letteraria unica, conclusasi nel 1990 nell’unico modo possibile: il suicidio.

Reinaldo Arenas era nato nella provincia cubana di Oriente, in una famiglia povera e un po’ sconclusionata. L’infanzia, giocoforza, diventa quindi un percorso a ostacoli tra le scoperte della vita. Il sesso, innanzitutto, che rivestirà un ruolo fondamentale nel suo percorso umano e letterario. E poi la miseria, violenta e inarrestabile, che lo costringe a mangiar terra, quella terra scura della provincia di Oriente che gli resterà appiccicata addosso per tutta la vita, fino a penetrare negli anfratti più reconditi di un’anima che ribolle di passione. Brucia le tappe, il giovane Arenas, e scopre ben presto di essere omosessuale, così come scopre una innata propensione alla ribellione, derivante anche dalla formazione liberale che riceve dal nonno materno, fiero oppositore del regime di Fulgencio Batista. Sesso omosessuale, miseria, politica: gli ingredienti sono questi e alla lunga costituiranno una miscela esplosiva e gravida di sensualità, sogni, fantasie, bruschi risvegli e disillusioni. È il dramma di vivere che diventa dimensione onirica, pur restando con i piedi saldamente piantati a terra. Doppio binario, per un talento che fa politica sporcandosi le mani e, ciononostante, si rifugia spesso e volentieri in arzigogoli surreali che costituiranno la cifra stilistica della sua opera letteraria.

Nel 1958, quando Fidel Castro e i suoi barbudos fanno alzare il livello dello scontro contro il regime, Reinaldo ha 15 anni e si butta a capofitto nella guerriglia. Poca roba, in realtà, perché lui non è uomo d’azione. Fa in tempo, però, a dar sfogo ad una ebrezza libertaria che sembrava poter avere cittadinanza nel castrismo delle origini, quello che ancora non si era trasformato in asfittica e dura dittatura socialista. Quella stessa ribellione sfociata contro Batista, si trasforma ben presto in ribellione anticastrista. Si tratta di una ribellione interiore, intima, eppure mai privata e nascosta. Un moto dell’animo che utilizzerà due valvole di sfogo, molto spesso confuse tra loro: il sesso e la letteratura. La ricerca del piacere sessuale sarà l’arma principale dell’Arenas dissidente, che nell’atto carnale della penetrazione vedeva la rottura delle ipocrisie del regime, l’infrazione delle regole asfittiche di una società che si avviava verso la morte civile, in cui i gay erano perseguitati, torturati e incarcerati. Anni di fuoco, sotto il sole dell’Avana. Ed è lo stesso Arenas a tracciare un bilancio dei suoi amanti, chissà se realistico o semplicemente gonfiato ad arte per rendere al meglio il sesso come strumento di lotta, oltre che di appagamento fisico e mentale: 5000 uomini lo hanno preso, anima e corpo, accontentando una fame insaziabile che, trasformando liberamente un vecchio slogan, potremmo definire di “pene e rose”.

Poi il carcere del Morro, fortezza coloniale a strapiombo sul mare dove muoiono migliaia di giovani cubani e, con loro, il sogno di libertà di quell’isola carnale e maledetta. Tra il sudiciume della sua cella, Arenas scoprirà la vera miseria, non quella materiale (che conosceva fin troppo bene) ma quella morale. Vedrà centinaia di anime spegnersi sotto i colpi del regime, assisterà a torture indicibili, lavaggi del cervello, abiure forzate e pentimenti indotti dei cosiddetti “controrivoluzionari” o “antisociali”.

Ma anche lì, in quell’inferno, Arenas godrà dei piccoli piaceri della vita: un tramonto viola, le onde che si infrangono con violenza sul malécon, gli odori e i colori di una città in rovina.

Decide di scappare da Cuba. Decide di recidere un cordone ombelicale che fino a quel momento era stato una sorta di nodo di Gordio dell’anima. Ci prova prima su una camera d’aria, avventurandosi senza successo nell’oceano. Poi tenta di raggiungere la base americana di Guantanamo, tuffandosi in un fiume infestato di caimani. Alla fine, per caso, riesce a lasciare legalmente il paese, nonostante il regime tenti fino all’ultimo di trattenerlo.

L’arrivo in America segna l’inizio dell’ultima, dolorosa e un po’ nostalgica fase della sua vita. Scopre di avere l’Aids e nota uno a uno tutti i vizi della società americana. I suoi libri, ora stampati legalmente, dopo gli esordi avventurosi e pirateschi di quando viveva a Cuba, hanno un successo mondiale. Ma qualcosa dentro di lui si è rotto. Il fisico è minato dalla terribile malattia appena arrivata a distruggere i sogni di una generazione. La mente è assopita, sedata, narcotizzata da farmaci e mal de vivre. L’America non è posto per lui. E Cuba non potrà esserlo mai più.

Ecco che decide di anticipare i tempi, di non attendere l’arrivo inevitabile della Nera Signora. Reinaldo Arenas si uccide nella sua casa di New York. Non prima, però, di aver concluso la sua autobiografia e di aver vergato a mano un biglietto per i suoi amici più cari. Poche righe che sono un testamento politico e letterario, che consegnano alla storia una delle esperienze artistiche e umane più carnali, libertarie e ribelli del Novecento: “Non vi arrendete, ma continuate a lottare. Cuba sarà libera, io lo sono già”.

di Domenico Naso