Qui di seguito uno stralcio del primno capitolo de I Complici (di Lirio Abate e Peter Gomez), in cui viene descritta la figura di Francesco Campanella, uomo di Cosa nostra e bracciodestro del boss di Villabate Nino Mandalà. Nel 2000 Campnalle viene nominato segretario nazionali dei giovani dell’Udeur. Nel 2001, grazie alle sue conoscenze nel comune di VIllabate, falsificò la carte d’identità con la quale Bernardo provenzano andò a Marsiglia per sottoporsi a cure mediche. Al matrimonio di Francesco Campanella parteciparono Clemente Mastella e Totò Cuffaro.

Quando Nicola era entrato in banca l’orologio sulla parete di fondo segnava le undici del mattino. La filiale di Villabate del Credito Siciliano era piccolissima. Ci lavoravano appena tre persone. Due alle casse e una dentro un box di vetro e compensato. Con un cenno della testa Nicola aveva salutato i presenti e si era diretto al box dove Francesco, l’impiegato che si occupava di consulenze finanziarie, stava seduto dietro una scrivania ingombra di carte. Vedendolo, con addosso una giacca blu completamente abbottonata, Francesco si era chiesto cosa diavolo ci facesse vestito in quel modo. Lui generalmente indossava jeans e camicia. Al massimo, quando faceva freddo, una felpa pesante o un pullover di cachemire. Ma era giugno inoltrato. Fuori il termometro superava già i 31 gradi, un forte vento di scirocco alzava per strada polvere e cartacce, nei bar i camerieri servivano granite alla menta e latte alle mandorle gelato.

Insomma, in quel 2003, a Villabate era la solita estate. Nicola però non aveva la solita faccia. Nessun sorriso, la mascella serrata, tanto che per un attimo Francesco aveva persino pensato che fosse reduce da una delle sue notti brave. «Ore piccole?» stava per chiedergli. Poi si era bloccato. Sotto la giacca Nicola nascondeva qualcosa. Qualcosa che non voleva fosse ripreso dalle telecamere del circuito antirapina. Arrivato nel box aveva aperto il bleazer e ne aveva tenuto allargato un lembo con la mano, come per coprire all’obbiettivo l’angolo di visuale. Con l’altra aveva allungato a Francesco prima una carta d’identità e poi una fotografia. «Fammi la cortesia di attaccarci questa fototessera e di metterci i timbri, quelli del comune. Mi serve subito. Devo partire per un viaggio. Ci vediamo questo pomeriggio nel mio ufficio. Occhio però. Se te la trovano ti danno trenta anni di galera » gli aveva detto Nicola tutto di un fiato, con quel suo tono che non ammetteva repliche.

A Francesco il cuore aveva fatto come un tonfo. Un’occhiata e aveva già capito. L’immagine, che aveva subito messo in un cassetto, ritraeva il volto di un vecchio dagli zigomi alti e le guance scavate. Un uomo dallo sguardo sofferente. Non c’erano dubbi. Non potevano essercene: era lui la «testa i l’acqua», era Bernardo Provenzano.

Le 13,30, finalmente. Appena il tempo di chiudere le casse e Francesco è già in auto, diretto verso casa. Di solito non ci tornava mai per pranzo. La pausa era troppo breve e i cinque minuti di tragitto che separano Villabate dal quartiere palermitano di Pagliarelli, dove abitava, lo costringevano a sedersi a tavola e ingoiare tutto alla velocità della luce. Ma oggi era diverso. Doveva fare un piano. Aveva bisogno di tempo per pensare.

«Ciao amo’» gli dice Barbara un po’ sorpresa quando lui richiude a chiave la porta dietro di sé. Il suo sorriso sembra riempire la stanza. Francesco pensa che è bellissima, alta, slanciata, ancora più bella di quando l’aveva conosciuta, cinque anni prima, nella segreteria del ministro delle Telecomunicazioni del governo D’Alema, l’attuale coordinatore regionale siciliano della Margherita Salvatore Cardinale, dove Barbara lavorava. Allora era bionda. Ma nel 2000, dopo il loro matrimonio avvenuto in pompa magna a Villabate alla presenza di due testimoni di nozze d’eccezione come il futuro presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro e il futuro ministro della Giustizia, Clemente Mastella, lei era tornata corvina.

Barbara adesso è in cucina. Francesco corre in bagno. Appoggia la fototessera di Provenzano sul piano della lavatrice. Ci mette accanto la carta d’identità che gli ha dato Nicola1 e tira fuori dal portafoglio la propria. Anche per lui, che di queste cose non ci capisce niente, è evidente che entrambe i documenti sono autentici. Su quella destinata al latitante campeggia il nome di Gaspare Troia, un panettiere di Villabate che Nicola conosce di vista. Manca solo la foto. Ma attaccarcela è un casino. (1 – segue)

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