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Piacere quotidiano | di Gian Luca Mazzella | 14 agosto 2010

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Gianfranco Soldera: “Il mercato del vino
è nelle mani della grande industria”

Intervista a uno dei viticoltori più autorevoli d'Italia che risponde su Ogm, biodinamica e qualità dei prodotti. E sulla critica vinicola attacca: "E' quasi del tutto inesistente"

Gianfranco Soldera, fra i viticoltori più autorevoli d’Italia e più noti al mondo, a gennaio compirà 74 anni. È tanto schietto e categorico, quanto esperto e appassionato. Da quasi quarant’anni fa vino presso Montalcino, dove si è trasferito con la famiglia nel 1972. Nato a Treviso, è cresciuto a Milano, dove ha fatto il broker d’assicurazione prima di fare il vitivinicoltore in Toscana.

La viticoltura italiana ha avuto una trasformazione radicale negli ultimi trent’anni. È migliorata la qualità dei vini, come si sente dire spesso?
Negli ultimi trent’anni ci sono stati cambiamenti epocali. Che però sia migliorata la qualità dei vini, è tutto da dimostrare. Basta considerare i fatti: negli anni Settanta io producevo 15.000 bottiglie su 700-800.000 totali di Brunello. Oggi, che si producono più di 7 milioni di bottiglie, e si vorrebbe arrivare a 14 milioni, io continuo a produrre la stessa quantità di vino. Ciò dà la misura del cambiamento. Il mercato del vino è in mano agli industriali, non più ai viticultori. Di contro c’è una netta diminuzione dei bevitori intenditori.

Perché è aumentata la quantità e non la qualità?
L’industria ha avuto sviluppo perché ha in mano il commercio del vino. La difficoltà attuale dell’economia vinicola è che il piccolo non riesce ad arrivare al consumatore finale. Perché non ha i numeri, né l’immagine per contare sul mercato globale. Io credo nella filiera corta dei prodotti quotidiani. Il problema è la cultura del consumatore e la forza mediatica o economica di chi non vuole che il consumatore abbia cultura.

Ma i critici, le guide, non hanno indicato e favorito i vini o i produttori di alta qualità?
La critica vinicola è quasi del tutto inesistente. Esiste la pubblicità all’industria del vino. Le guide hanno fatto pubblicità a vini che avevano bisogno di pubblicità per essere venduti.

E che opinione ha di Carlo Petrini e di Slow Food?
Sono avvezzo a giudicare le persone non per le parole ma per i fatti.

La sua azienda vinicola risente della crisi?
No, perché faccio ancora 15.000 bottiglie. Non ho diminuito i prezzi e, vendendo meno in Italia, ho ovviato aumentando le vendite all’estero: come ad esempio nel mercato americano, del quale gli altri oggi si lamentano.

Lei faceva il broker d’assicurazioni. Chi le ha insegnato a fare vino?
E’ la sensibilità olfattiva che conta. Ognuno ha la propria sensibilità olfattiva e quella è il limite per me invalicabile di ogni produttore di vino. Se uno ha “naso”, percepisce le differenze che esistono nei grandi vini. Allora può fare un grande vino. Deve però averlo bevuto prima: io bevo grandi vini dagli anni Cinquanta. Certamente anche gli studi, le ricerche, le sperimentazioni che faccio da sempre con università e centri di ricerca mi hanno insegnato e mi insegnano moltissimo; ritengo che senza ricerca non si possa andare avanti nella produzione di vino. Pensi che nel 2012 pianterò una vigna di Sangiovese ad Alberello…

Qual è il vino italiano che preferisce, oltre al suo?
Barolo Monfortino di Giacomo Conterno.

Che ne pensa dei movimenti di vino naturale, biologico o organico?
Ognuno fa quello che vuole. Io faccio vino naturale. Se non è naturale, non è vino. Non ho mai dato e mai darò nessun tipo di veleno alla mia terra, alle mie vigne e ai miei vini. La terra è la vita. Non è detto che il vino biologico o organico abbia caratteristiche indispensabili per un vino naturale.

E la biodinamica?
Ripeto: ognuno fa quello che vuole. Comunque Steiner, ossia il padre della biodinamica, non sapeva molto di agricoltura. E chi interpreta la teoria biodinamica non mi convince. I vini biodinamici che assaggio non mi fanno pensare diversamente.

Che ne pensa degli Ogm?
Ogm è l’industria. A livello scientifico si può studiare ciò che si vuole. Tutto è mutazione. La vite di tremila anni fa non è la stessa di adesso. Bisogna però vedere in che tempi avvengono i cambiamenti. E quanto viene distrutto o arricchito il terreno. Io sono persuaso che quanto faccio non solo non distrugge, ma arricchisce il terreno. Il mio intento è dare in eredità una terra migliore di come l’ho presa. Nel 1972 in questa terra non c’era una vite, il terreno era stato abbandonato dai mezzadri. Oggi ci sono 10.000 piante ed arbusti, oltre alle vigne e al giardino che cura mia moglie.

La sua azienda appartiene al Consorzio del Brunello di Montalcino: dunque avrà saputo che il nuovo presidente Ezio Rivella (già direttore dell’azienda Banfi) dopo gli ultimi anni di indagini e patteggiamenti, ha recentemente dichiarato che l’80% dei Brunelli era notoriamente fatto aggiungendo del Merlot al Sangiovese, e dunque violando il disciplinare di produzione che impone l’uso di solo Sangiovese.
Se lo dice, vuol dire che lo sa. Io non lo so. Vorrei però chiedere ai critici: cosa hanno visto e assaggiato negli ultimi 20 anni? Io vorrei anche sapere dov’era la critica, che senza dubbio dovrebbe fare auto-critica.

Anche alcuni dipendenti del Consorzio sono stato indagati per vari reati e sono in attesa di sentenza a settembre. Quali sono i motivi per cui il Consorzio, nei decenni, è stato utile?
In questo momento non mi vengono in mente.

Tenterò di aiutarla: il Consorzio nasce come compagine di produttori che si unisce per tutelare e promuovere la realtà vinicola, il marchio.
Considerando gli intenti da lei enunciati, non mi viene in mente niente di positivo.

Per quanto la Procura di Siena abbia dato smentita al Fatto Quotidiano, c’è chi continua ad affermare che sia stato lei a mandare una lettera anonima per avviare nel 2007 le indagini sul Brunello di Montalcino.
Chi crede questo, è in mala fede. Io non ho mai mandato una lettera anonima. Ho sempre scritto lettere con nome, cognome e indirizzo.

Il Brunello ha avuto bisogno di Banfi per diventare il vino italiano più famoso al mondo?
No. L’area di Montalcino si sarebbe dovuta sviluppare in un altro modo. Ci voleva una crescita lenta e con qualità superiore.

Il Brunello ha avuto bisogno della barricche per essere famoso?
I sapori e i profumi della quercia non sono quelli dell’uva. Se il vino fatto con l’uva ha bisogno della quercia, è perché manca dei requisiti essenziali per essere commercializzato. In ogni caso diventa un prodotto diverso e maschera, cioè nasconde, il prodotto vino.

C’è un gusto americano cui è stato destinato il Brunello assemblato col Merlot?
Non c’è nessun gusto americano. Il Brunello è Sangiovese e il gusto è del Sangiovese.

È però innegabile che siano stati prodotti vini più colorati e più dolci che in passato.
Sono problemi di chi li ha prodotti. Non problemi del Brunello o del Sangiovese che non è identificato con quei vini. Perché se lo fosse, sarebbe già morto. La verità è che il mercato non vuole quei vini, come non vuole più i Super Tuscan… mi sbaglio?

Il motivo per cui è stato usato il Merlot, secondo alcuni, è che il Sangiovese ha problemi di maturazione. Lei che dice?
Il Sangiovese può avere problemi di maturazione solo se manca la terra vocata o la capacità di coltivare la vigna… Problemi di maturazione del Sangiovese li ho avuti solo un paio di volte in 35 vendemmie: nel 1976 e nel 1989. Ho appreso molto da tali annate. Tanto che ho saputo cosa fare nel 2002 e 2003.

Perché i suoi vini, rinomati nel mondo, sono stati respinti più d’una volta in commissione di assaggio della Camera di Commercio, e dunque non ha potuto scrivere in etichetta Brunello? E perché i vini indagati dalla Procura di Siena e declassati l’anno scorso, in quanto illecitamente tagliati col Merlot, sono passati nella stessa commissione?
In tanti sanno che, fin dagli anni ’90, sono stati penalizzati i vini con il colore proprio del Sangiovese. E questo è avvenuto anche nelle commissioni di degustazione. Ora, anche per effetto dell’inchiesta della magistratura, questa penalizzazione non c’è più. Certo sarebbe stato opportuno che il problema avesse avuto la pubblicità che meritava dagli anni ‘90 al 2008. Ma così non è stato.

Cosa risponde a chi dice che i suoi vini costano troppo (150 euro in enoteca)?
Il prezzo deve essere espressione del valore. Ritengo che il prezzo sia adeguato, considerando che da 8 ettari di vigna faccio 15.000 bottiglie, ossia un quarto di quello che potrei fare. Inoltre vanno considerati anche i 5/6 anni di affinamento, gli studi scientifici, l’apprezzamento dei clienti che da sempre comperano i miei vini. Infine vanno considerati anche i prezzi di altri vini famosi ma prodotti in grandi quantità.

Foto di Angelo Tondini Quarenghi

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