Il Siegfried di Harding conquista Roma: un Ring tra arte e storia
Il Siegfried che ha inaugurato la stagione dell’Accademia di Santa Cecilia è la seconda tappa del Ring in forma scenica che Daniel Harding e Vincent Huguet porteranno a compimento nel 2028. A Roma, dove la Tetralogia mancava dalle scene dal 1961, il progetto ha un’idea forte: associare ogni giornata a una delle stagioni imperiali della città.
Dopo la Roma antica della Walküre, ecco quella rinascimentale dei papi, in attesa del Ventennio che accoglierà il Götterdämmerung. Concettualmente interessante, non entusiasmante nella resa.
Nel terzo atto Siegfried solleva il coperchio di un sarcofago romano, ai piedi di una piramide di marmo, e ne esce Brünnhilde vestita da suora. La tentazione di sorridere è forte, ma basta un attimo per capire cosa si sta guardando: l’avevamo lasciata un anno fa nell’antichità, e la ritroviamo sepolta sotto il velo della Chiesa. Quando velo e soggolo cadono, durante il duetto, torna alla luce il corpo pagano che la cristianità aveva custodito senza riuscire a cancellarlo. Warburg lo chiamava Nachleben, la sopravvivenza delle
immagini: gli dèi non muoiono, cambiano sartoria. Per un istante Wagner e Roma si riconoscono davvero.
Altrove, va detto, l’intuizione resta iconografia. Il Viandante di Michael Volle passa dalla conchiglia del pellegrino alla veste bianca del pontefice, Mime porta il saio francescano, l’Uccello della foresta è un angelo uscito dal Beato Angelico, Erda una figura botticelliana affacciata a una finestra. È un bel museo, in cui il dramma però si limita a transitare.
L’impianto monumentale di Pierre Yovanovitch, con le sue grandi rampe di scale che a ogni atto cambiano soltanto il cuore, un portale, una scala stretta, la piramide, conquista in verticalità quello che perde in natura: della foresta non resta traccia, e i suoi mormorii si devono immaginare con le orecchie.
Ma è qui che lo spettacolo trova la sua vera ragione: Wagner costruì Bayreuth per nascondere l’orchestra; nella Sala Santa Cecilia, senza golfo mistico, l’orchestra sta davanti a tutti e diventa il personaggio principale. Harding, che affrontava questo titolo per la prima volta, ne trae la conseguenza più intelligente.
Siegfried è un’opera spezzata in due: fra il secondo e il terzo atto Wagner si fermò per anni, scrisse Tristan e Meistersinger, e quando tornò al suo eroe non era più lo stesso compositore. Il direttore fa sentire quella frattura come una conquista di luce. La prima parte ha un suono analitico e screziato,
quasi cameristico, in cui ogni motivo conduce un dialogo prima ancora che un racconto; il preludio del terzo atto si spalanca poi come un abisso. L’orchestra vi si immerge con disinvoltura, a cominciare dal corno di Alessio Allegrini, il cui richiamo nel secondo atto è uno dei momenti più belli dell’intera recita.
Sullo stesso livello la compagnia di canto. Il trionfatore è Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, Mime di parola tagliente e comicità esatta, che non scivola mai nella macchietta e proprio per questo inquieta: il nano è un mostro perché ci somiglia. Clay Hilley unisce squillo e resistenza a una rara capacità di raccontare, passando dallo sbruffone della forgia al ragazzo che, solo nel bosco, cerca il Femminile. Volle è oggi il Wotan di riferimento, solenne e disincantato. Elisabet Strid costruisce la sua Brünnhilde in crescendo, dal risveglio trattenuto allo slancio del finale. Completano il quadro l’Alberich misurato di Wolfgang Koch, l’Erda solenne di Anna Kissjudit, il Fafner autorevole di Falk Struckmann e l’incanto profetico di Lysa Menu come Uccello della Foresta.
Alla fine, dopo oltre cinque ore, gli applausi sono calorosissimi, giustamente. Siegfried è la storia di un ragazzo che non conosce la paura e la scopre davanti al Risveglio del Femminile. Huguet ha dichiarato di voler mettere in scena quell’incontro come un miracolo. Il miracolo c’è stato, e veniva soprattutto dal podio. Nel 2028 il Rheingold chiuderà il ciclo tornando al suo inizio: un Ring che finisce dove comincia, come ogni cosa a Roma.