La trentesima Cumbre iberoamericana restituisce l’immagine di un’America Latina frammentata
Mentre un’America sembra risvegliarsi dal torpore politico, travolgendo con un’onda blu il Partito Repubblicano ormai fagocitato da Donald Trump, un’altra America si riunisce a Madrid. Negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato consegnano ai Democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso, infliggendo al presidente una sconfitta che ridimensiona le ambizioni del movimento MAGA. Dall’altra parte dell’Atlantico, la XXX Cumbre Iberoamericana restituisce invece l’immagine di una regione frammentata, attraversata da crisi politiche e istituzionali che sembrano lontanissime dalla retorica dell’integrazione.
A Madrid, più delle presenze, pesano le assenze. Soltanto dieci dei ventidue Paesi membri partecipano con i propri massimi rappresentanti. Mancano soprattutto Luiz Inácio Lula da Silva e Claudia Sheinbaum, presidenti delle due maggiori economie latinoamericane, mentre tra i presenti figurano Javier Milei e José Antonio Kast, protagonisti di una destra radicale che continua a guadagnare terreno nel continente.
La Comunità Iberoamericana nasce nel 1991 a Guadalajara, in Messico, quando la fine della Guerra fredda sembra inaugurare una nuova stagione di cooperazione internazionale. Riunisce diciannove Paesi latinoamericani, Spagna, Portogallo e, dal 2004, Andorra. L’obiettivo è trasformare i legami storici, culturali e linguistici in uno spazio permanente di dialogo politico. Un progetto che porta però con sé le contraddizioni di una relazione transatlantica segnata da secoli di colonialismo e profonde asimmetrie.
Per la Spagna è la quarta occasione di ospitare il vertice, dopo Madrid nel 1992, Salamanca nel 2005 e Cadice nel 2012. L’appuntamento arriva dopo il fallimento diplomatico della precedente edizione, celebrata nel 2024 a Cuenca, in Ecuador. In quell’occasione, Daniel Noboa si ritrovò praticamente solo: nessun altro presidente latinoamericano partecipò alla Cumbre. Madrid avrebbe dovuto rappresentare il rilancio dell’iberoamericanismo. Ma per comprenderne la crisi occorre guardare a quanto sta accadendo oltre l’Atlantico.
In Paraguay, il collasso della Ueno Bank ha provocato una crisi finanziaria e sociale dalle pesanti conseguenze politiche. La chiusura dell’istituto, gli arresti dei suoi dirigenti e le proteste dei risparmiatori hanno investito direttamente il presidente Santiago Peña, in passato legato al gruppo proprietario. L’opposizione chiede l’impeachment, mentre emergono interrogativi sui rapporti tra potere politico, sistema bancario e gestione delle risorse pubbliche.
In Ecuador, Noboa torna al centro delle polemiche per l’arresto della sua principale avversaria elettorale, Luisa González. La leader correista è stata sottoposta a custodia cautelare nell’ambito di un’indagine su presunte irregolarità nei finanziamenti elettorali. Accuse ancora da dimostrare, che riaprono il dibattito sul rischio di strumentalizzazione della giustizia nella competizione politica latinoamericana.
In Colombia, intanto, Gustavo Petro affronta una campagna di accuse che investe anche la sua vita privata. Denunce per presunti episodi di corruzione e rivelazioni personali alimentano uno scontro che potrebbe assumere conseguenze giudiziarie. Petro respinge le accuse e denuncia un tentativo di delegittimazione politica. La vicenda, al di là delle responsabilità ancora da accertare, dimostra quanto la reputazione personale sia diventata un terreno centrale della battaglia per il potere.
Il Brasile attraversa invece una riconfigurazione della destra dopo la riconferma di Lula alla presidenza. La fuga di Flávio Bolsonaro negli Stati Uniti e il progressivo protagonismo del governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas, sembrano segnare un passaggio di testimone nell’opposizione. Un tentativo di costruire un post-bolsonarismo capace di conservare l’eredità politica del movimento senza dipendere necessariamente dalla famiglia Bolsonaro.
In Venezuela, infine, il ritorno di María Corina Machado, con il beneplacito di Washington, riapre la prospettiva di nuove elezioni. Dopo il sequestro di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e l’insediamento di Delcy Rodríguez, il Paese attraversa una transizione dall’esito ancora incerto. Il ruolo statunitense rimane determinante, sollevando interrogativi sulla possibilità di un processo realmente autonomo e democratico.
È questa l’America Latina che fa da sfondo alla Cumbre di Madrid. Un continente nel quale si intrecciano crisi istituzionali, conflitti sociali, riorganizzazione delle destre e resistenza dei progressismi. La sconfitta di Trump e la vittoria di Lula dimostrano che l’avanzata delle destre radicali non è irreversibile, ma sarebbe ingenuo considerare concluso un ciclo politico che continua a influenzare profondamente la regione.
Il problema dell’iberoamericanismo, allora, non è soltanto la scarsa partecipazione dei leader. È la difficoltà di costruire un progetto comune in un continente che rivendica maggiore autonomia internazionale, mentre continua a confrontarsi con disuguaglianze strutturali, fragilità democratiche e ingerenze esterne.
Trentacinque anni dopo Guadalajara, la domanda non è più soltanto quale futuro abbia la Comunità Iberoamericana, ma quale ruolo voglia assumere l’America Latina nel nuovo ordine mondiale. Perché forse la vera assenza di Madrid non è quella di Lula o Sheinbaum, ma quella di una visione politica capace di trasformare una storia condivisa in un futuro comune.