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Il ‘Falstaff’ a Roma con lo striscione: una scelta con ammiccamento facile ma poco senso

Al Teatro dell'Opera a un certo punto si srotola la scritta TREMATE LE STREGHE SON TORNATE: la traduzione didascalica di un sottotesto evidente. Rimane grandiosa la musica
Il ‘Falstaff’ a Roma con lo striscione: una scelta con ammiccamento facile ma poco senso
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Mario Bortolotto ci aveva avvertito: Verdi non va imbalsamato nel marmo della tradizione, ma affrontato nella sua figura complessa, satura di vitalità e contraddizioni. Esiste però un modo opposto di tradirlo, altrettanto efficace, ed è ridurlo a slogan. Il Falstaff che Tatjana Gürbaca firma per il Teatro dell’Opera di Roma, con Michele Mariotti sul podio, pende più sulla seconda opzione.

Sgombriamo per l’ennesima volta il campo: il problema non è attualizzare. L’ultimo Verdi regge benissimo l’aria del presente, perché parla di ciò che il presente non ha smesso di frequentare: la vanità, il desiderio, la vecchiaia che si crede ancora irresistibile. Il problema è come lo si fa. Quando a un certo punto si srotola uno striscione con la scritta TREMATE LE STREGHE SON TORNATE, il “come” si rivela per quello che è: la traduzione didascalica di un sottotesto evidente. Le comari di Windsor dell’originale shakespeariano sono già streghe, già è potente l’alleanza femminile, già trionfa il loro potere che si fa beffe del maschio. C’era davvero bisogno di scriverlo a stampatello, con un ammiccamento facile al femminismo chic, nel caso in platea ci fossero spettatori distratti?

Shakespeare aveva la grazia di mettere in scena archetipi perenni eppure cangianti nella forma. Verdi, con Boito, li trasforma con passione in un testamento: l’addio di un vecchio genio che, invece di congedarsi con un requiem, sceglie la risata. L’archetipo agisce sull’Inconscio perché si mostra e si offre all’interpretazione individuale. Spiegarlo didascalicamente significa disinnescarne il potere sapienziale. Eppure il legame fiabesco tra potere magico ed emancipazione femminile ha una storia lunga e illustre, dai miti pre-biblici fino al cinema, come nei primi esempi che mi vengono in mente: ne Le margheritine di Věra Chytilová due ragazze demoliscono le convenzioni borghes con leggerezza teppistica e supremamente giocosa. In Suspiria, da Dario Argento a Luca Guadagnino, la stregoneria al femminile diventa il volto inquietante del tremendo e della vendetta storica.

Oggi quella stessa mitologia domina le serie Netflix.

Tra il gioco anarchico e il sacro terribile c’era un intero spettro di possibilità. La regia ha scelto lo striscione. Anche i costumi, che oscillano tra il completo da tennis, il trapper e il drugo di Arancia meccanica, aggiungono colore senza aggiungere troppo senso: scelte che non dialogano né con la musica, né con il testo, né tra di loro.
Giovanni Bietti dell’ultimo Verdi ha sempre messo in luce il sorriso, non la risata grassa della farsa, ma la lucidità affettuosa con cui il compositore guarda le debolezze umane, comprese le proprie. Il sorriso è una forma di sapienza: conosce e perdona.

Sorridiamo e perdoniamo, dunque, anche tali insensatezze. Rimane, però, grandiosa la musica, in una degnissima interpretazione.

Luca Salsi è un Falstaff di razza: voce ampia e scura, dizione scolpita, una dignità scandalosa che non fa mai del vecchio cavaliere un buffone. Marina Monzò è una Nannetta seducente, capace di creare con la sola voce l’incantesimo che la scena le nega. Maria Agresta disegna un’Alice elegante e maliziosa, Violeta Urmana una Quickly autorevole, Carmen Artaza una Meg di carattere, mentre George Petean è un Ford credibile. Alla recita del 15 ottobre il Fenton era Pietro Adaíni, voce giovane e pulita, da seguire. Completano con classe ed eleganza Carlo Bosi, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona. Mariotti guida l’Orchestra del Teatro con slancio e trasparenza, una vivacità trionfante e beffarda. Sempre plausi per il coro guidato da Ciro Visco.

E poi arriva il paradosso. Nel finale, subito dopo la parodia della vetta tragica del Don Giovanni mozartiano, si scandisce l’eterna verità sapienziale (Tutto nel mondo è burla)…e nel caos anche le scelte meno indovinate della messinscena funzionano. È merito della musica, certo, e di chi canta, Salsi su tutti. Ma forse c’è anche qualcosa di più sottile: la fuga verdiana assorbe tutto, comprese le cadute di gusto, e le trasforma in materia comica. È la vendetta del vecchio maestro sui suoi interpreti: aveva previsto anche loro.

Tutto nel mondo è burla, anche le regie didascaliche e, se volete, le recensioni ipercritiche.

Foto: ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

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