C’mon Tigre e il nuovo album Lumina: l’errore come atto di resistenza
Da dodici anni i C’mon Tigre perseguono un’attitudine tanto rara quanto preziosa: forgiare architetture sonore senza cedere alla lusinga dell’auto-narrazione. Il loro deliberato anonimato non è un vezzo effimero, né una strategia di marketing, bensì un atto di devozione verso l’opera stessa e verso la costellazione di artisti che, disco dopo disco, metamorfosi dopo metamorfosi, ne ridefiniscono i confini.
In questa poetica della sottrazione, l’identità del collettivo si è paradossalmente rinsaldata, fluttuando libera tra avanguardia elettronica, ipnotismi jazz, suggestioni africane e traiettorie mediterranee, in un dialogo costante con l’arte visiva. Con Lumina, il nuovo disco uscito da pochi giorni e composto da 13 brani, questo pellegrinaggio sonoro intercetta un crinale cruciale. Se l’algoritmo e la tecnologia penetrano le maglie della composizione, i C’mon Tigre reagiscono nobilitando il glitch, l’errore pionieristico, l’organica imperfezione del nastro e dello strumento analogico. Ne scaturisce un’opera immersiva, concepita non per un ascolto passivo, ma per essere letteralmente abitata. Lungi dal risolversi in un algido esercizio di stile, l’album fluttua su un dualismo apollineo e dionisiaco: la precisione geometrica dei sintetizzatori viene destrutturata e fecondata da un’acustica carnale, quasi ancestrale. La sapienza con cui manipolano la materia sonora – trasfigurando il ‘difetto’ in elemento ordinatore del discorso musicale, eleva l’opera a un rarefatto e necessario atto di resistenza estetica contro l’omologazione imperante del pop contemporaneo.
“L’obiettivo – spiegano – resta tramutare le idee in fatti quotidiani senza farsi ingabbiare dal mercato, attraverso una crescita che si muove lungo l’asse della pura ricerca acustica, antropologica e robotica”, rifiutando però l’etichetta pretenziosa di “sperimentatori”. È la natura stessa di un progetto nato per non mettere il musicista al centro, de-centrando l’ego a favore di immagini, animazioni e collaborazioni. Un anonimato protettivo diventato col tempo uno scudo contro il culto della personalità. Questa assenza di filtri narcisistici permette al baricentro della band di modificarsi a contatto con l’arte altrui, digerendo complessità senza le guerre fratricide dei duo chiusi in studio.
Eppure, la ricerca geografico-musicale riserva deviazioni che rasentano l’assurdo politico, come l’incidente diplomatico sfiorato con Mulatu Astatke, il re dell’Ethio-jazz. “Gli proponemmo una collaborazione, il brano gli piacque molto e stavamo per incontrarlo a Bologna – raccontano – se non che successe questa cosa surreale: lui si rese conto del nome del progetto. Esiste una falange armata che risiede nel Tigrai che dà parecchi problemi alla popolazione etiope. E C’mon Tigre, per lui, era diventato quasi un’esortazione a quella falange. Diventò una situazione stranissima da gestire, perché lui era diventato ostile, fraintendendo completamente la natura della collaborazione. Ci chiamarono dicendo di non riprovarci. È un fatto che non abbiamo ancora digerito…”.
Questa frizione geopolitica contrasta con la cura rituale che ha generato Lumina, un album concepito al contrario, nato da una performance live immersiva a 360 gradi in cuffia e poi trasferito in studio. Qui la tecnologia si fa esplicita, ma viene violentata da esche umane e mistiche: gli arpeggiatori e le drum machine rigide sono costretti a dialogare con i canti del candomblé afro-brasiliano e con la vitalità acustica di violoncelli, xilofoni e oud. È un corpo a corpo con il bit, una trincea in cui il glitch diventa l’ultimo baluardo di unicità contro l’ossessione dei software di cancellare l’errore: “Senza l’errore – spiegano – forse non ha più senso neanche fare arte. Oggi l’errore è mitigato, le voci sono sistemate dalle macchine. Noi siamo invece i cultori dell’errore, ci affezioniamo ai primi take degli appunti perché contengono un momento che non riesci a replicare”. Un manifesto viscerale contro la dittatura dell’algoritmo, in cui perdersi è l’unico modo rimasto per ritrovarsi umani.

ALBUM RELEASE TOUR
6 novembre – VICENZA – Teatro Comunale
15 novembre – REGGIO EMILIA – Teatro Ariosto
2 dicembre – MILANO – Santeria Toscana 31
3 dicembre – TORINO – Hiroshima Mon Amour
11 dicembre – MOLFETTA (BA) – Eremo Club
12 dicembre – ROMA – Largo Venue
29 gennaio – BOLOGNA – Dumbo