Bob Kaufman, la smentita del sogno americano (Traduzione di Stefanie Golisch)
Si percepisce, nelle grezze poesie di Bob Kaufman (1925-1986), una grande sofferenza. Kaufman, figlio di padre ebreo e madre afroamericana, faceva parte della Beat Generation, movimento di giovani poeti e artisti alla ricerca estetica e umana di forme alternative all’ideologia di massa dell’american way of life. Già all’epoca – stiamo parlano dei tardi anni ’50 del secolo scorso – avevano intuito la doppia morale di un paese che proclamava i suoi pseudo-valori per nascondere la disuguaglianza sociale, il marchio di fuoco del sistema capitalista.
Per un breve periodo, la letteratura dei beatniks – parola coniata dallo stesso Kaufman – divenne un trend. Autori come Jack Keruoac e Allen Ginsberg furono le voci più importanti di un disagio esistenziale profondo. Con la figura del giovane James Dean, Hollywood creò l’icona dell’angry young man, destinato a morire giovane e bello.
Bob Kaufman era una figura al margine del movimento. Solitario, tormentato dai mostri del passato che la psicologia contemporanea diagnosticherebbe come traumi transgenerazionali. Dopo l’assassinio di John F. Kennedy nel 1963, Kaufman, che nel frattempo si era avvicinato al buddhismo, fece un voto di silenzio che ruppe soltanto alla fine della guerra in Vietnam, quando lesse in pubblico la sua poesia All those ships that never sailed.
La vita di Kaufmann fu segnata da ricoveri in cliniche psichiatriche, droga e alcol. Con tutto il suo essere – la sensibilità, il talento, la forza di lottare contro i demoni interiori – egli smentisce il sogno americano che, alla fine, non è altro che un milk-shake ipercalorico, prodotto per annientare la sete di vita vera in un mare di zucchero. Bob Kaufman muore nel 1986 all’età di 61 anni. Invecchiato prematuramente, inconsolato e inconsolabile.
S. G.
All those ships that never sailed
All those ships that never sailed
The ones with their seacocks open
That were scuttled in their stalls…
Today I bring them back
Huge and transitory
And let them sail
Forever
All those flowers that you never grew –
That you wanted to grow
The ones that were plowed under
ground in the mud –
Today I bring them back
And let you grow them
Forever
All those wars and truces
Dancing down these years
All in three flag swept days
Rejected meaning of God
My body once covered with beauty
Is now a museum of betrayal
This part remembered because of that one’s touch
This part remembered for that one’s kiss –
Today I bring it back
And let you live
Forever
I breath a breathless I love you
And move you
Forever
Remove the snake from Moses’ arm
And someday the Jewish queen will dance
Down the street with the dogs
And make every Jew
Her lover
*
Tutte quelle navi mai salpate
Tutte quelle navi mai salpate
quelle con le valvole aperte
che furono affondate nei loro ormeggi…
oggi le riporto
imponenti e transitorie
e le faccio navigare
per sempre
Tutti quei fiori che non hai mai coltivato
che volevi coltivare
quelli che furono arati via
nel fango –
oggi li riporto qui
e ti li faccio coltivare
per sempre
Tutte quelle guerre e tregue
che danzano lungo questi anni
tutto in tre giorni di bandiere esposte
rifiuto del significato di Dio
Il mio corpo, un tempo ricoperto di bellezza
è ora un museo del tradimento
questa parte, ricordata per una carezza
quell’altra, ricordata per un bacio –
Oggi lo riporto in vita
e ti faccio vivere
per sempre
Sussurro un ti amo senza fiato
e ti muovo
per sempre
Togli il serpente dal braccio di Mosè
e un giorno la regina ebrea danzerà
lungo la strada con i cani
facendo di ogni ebreo
il suo amante
***
Believe, believe
Believe in this. Young apple seeds,
In blue skies, radiating young breast,
Not in blue-suited insects,
Infesting society’s garments.
Believe in the swinging sounds of jazz,
Tearing the night into intricate shreds,
Putting it back together again,
In cool logical patterns,
Not in the sick controllers,
Who created only the Bomb.
Let the voices of dead poets
Ring louder in your ears
Than the screechings mouthed
In mildewed editorials.
Listen to the music of centuries,
Rising above the mushroom time.
*
Credi, credi
Credi in questo. Giovani semi di mela,
nei cieli azzurri, nel petto giovane vivo,
non negli insetti vestiti di blu
che devastano le vesti della società.
Credi nelle vibrazioni del jazz,
che squarciano la notte in lembi intricati
per poi ricomporla
in schemi lucidi e logici;
non in menti malate
che sanno soltanto creare la Bomba.
Lascia che le voci dei poeti morti
risuonino più forti alle tue orecchie
che le proclamazioni
dei giornalisti.
Ascolta la musica dei secoli,
che si alza sopra il tempo del fungo atomico.
***
I Have Folded My Sorrows
I have folded my sorrows into the mantle of summer night,
Assigning each brief storm its allotted space in time,
Quietly pursuing catastrophic histories buried in my eyes.
And yes, the world is not some unplayed Cosmic Game,
And the sun is still ninety-three million miles from me,
And in the imaginary forest, the shingled hippo becomes the gray unicorn.
No, my traffic is not with addled keepers of yesterday’s disasters,
Seekers of manifest disembowelment on shafts of yesterday’s pains.
Blues come dressed like introspective echoes of a journey.
And yes, I have searched the rooms of the moon on cold summer nights.
And yes, I have refought those unfinished encounters.
Still, they remain unfinished.
And yes, I have at times wished myself something different.
The tragedies are sung nightly at the funerals of the poet;
The revisited soul is wrapped in the aura of familiarity.
*
Ho ripiegato i miei dolori
Ho ripiegato i miei dolori nel manto della notte estiva,
assegnando a ogni breve tempesta il suo spazio nel tempo,
seguendo in silenzio storie catastrofiche sepolte nei miei occhi.
E sì, il mondo non è un Gioco Cosmico mai giocato,
e il sole è ancora a novantatré milioni di miglia da me,
e nella foresta immaginaria, l’ippopotamo corazzato si trasforma in un grigio unicorno.
No, non mi devo occupare di quelli che hanno causato i disastri di ieri,
cercando di sventrare i dolori del passato.
La malinconia viene vestita come l’eco introspettiva di un viaggio.
E sì, ho cercato le stanze della luna nelle fredde notti d’estate.
E sì, ho combattuto gli incontri rimasti in sospeso.
Eppure, restano incompiuti.
E sì, a volte ho desiderato di essere qualcos’altro.
Ogni notte, le tragedie vengono cantate ai funerali del poeta;
l’anima ritrovata è avvolta in un’aura di familiarità.
***
Would You Wear My Eyes?
Would you wear my eyes
My body is a torn mattress
Dishelved throbing place
For the comings and goings
Of loveless transients.
The whole of me
Is an unfirnished room
Filled with dank breath
Escaping in gasps to nowhere.
Before completely objective mirrors
I have shot myself with my eyes,
But death refused my advances.
I have walked on my walls each night
Through strange landscapes in my head.
I have brushed my teeth with orange peel.
Iced with the cold blood from dripping faucets.
My face is covered with maps of dead nations;
My hair is littered with drying ragweed.
Bitter raisins drip haphazardly from the nostrils
While schools of glowing minnows swim fromm my mouth.
The nipples of my breasts are sun-browned cockleburrs;
Long-forgotten Indian tribes fight battles on my chest
Unaware of the sunken ships rotting in my stomack.
My legs are charred remains of burned cypress trees;
My feet are covered with moss from bayous, flowing across my floor.
I can’t go out anymore.
I shall sit on my ceiling.
Would you wear my eyes?
*
Porteresti i miei occhi?
Il mio corpo è un materasso logoro,
un luogo scomposto e pulsante
per il viavai
dei girovaghi senza amore.
Il mio io
è una stanza senza mobili
colma di un respiro umido
che fugge in singhiozzi nel nulla.
Davanti a specchi imparziali
ho sparato con i miei occhi contro me stesso,
ma la morte ha rifiutato le mie avances.
Ogni notte ho camminato sulle pareti,
in paesaggi bizzarri nella mia testa.
Mi sono lavato i denti con bucce d’arancia,
fredde dal sangue freddo dai rubinetti gocciolanti.
Il mio volto è ricoperto di mappe di nazioni scomparse;
tra i capelli ho rami d’ambrosia secca.
Uva passa amara cola dalle mie narici,
mentre piccoli pesci luminosi nuotano fuori dalla mia bocca.
I capezzoli del mio seno sono lappole brunite dal sole;
tribù indiane dimenticate da tempo combattono sul mio petto,
ignare delle navi affondate che marciscono nel mio stomaco.
Le mie gambe sono resti carbonizzati di cipressi bruciati;
i miei piedi sono ricoperti dal muschio delle paludi che cresce sul pavimento.
Non posso più uscire.
Mi siederò sul tetto.
Porteresti tu i miei occhi?