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Più di dieci paesi africani siglano la Convenzione sul disarmo dei bambini soldato. Ma una firma non basta

Un fucile si consegna in un giorno, mentre ci vogliono anni per restituire un’infanzia negata
Più di dieci paesi africani siglano la Convenzione sul disarmo dei bambini soldato. Ma una firma non basta
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“Non può esserci rivelazione più profonda dell’anima di una società del modo in cui tratta i suoi bambini”. Nelson Mandela pronunciò questa frase a Pretoria l’8 maggio 1995, durante il lancio del Nelson Mandela Children’s Fund, un anno dopo le prime elezioni democratiche sudafricane. Trentuno anni più tardi, una ventina di Stati africani hanno provato a tradurre quello stesso principio in uno strumento giuridico comune.

È successo lo scorso settembre a New York, dove è stata avviata la firma della Convenzione africana sul disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei minori associati a forze o gruppi armati. Un’iniziativa guidata dal Marocco, partita dalla Dichiarazione di Rabat del 20 novembre 2025. Alla cerimonia, presieduta dal ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita, hanno partecipato una ventina di governi africani e tra loro più di dieci hanno firmato la convenzione. Ancora troppo pochi rispetto ai 54 Stati del continente, ma è già un segno.

Tra i firmatari ci sono la Repubblica Democratica del Congo, il Niger e il Mali, tre Paesi in guerra. Nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato il reclutamento o l’utilizzo di 1.397 bambini nella RDC, soprattutto da parte dell’M23, delle milizie Mai-Mai, della Codeco e delle ADF. In Niger i casi sono stati 95, più della metà attribuiti allo Stato islamico nel Sahel. In Mali sono stati 353, quasi la metà attribuiti al JNIM, la coalizione jihadista legata ad al-Qaeda.

La Carta africana sui diritti e il benessere del fanciullo, adottata nel 1990, impone agli Stati di adottare tutte le misure necessarie perché nessun minore partecipi direttamente alle ostilità e di astenersi dal reclutarlo. Il Protocollo opzionale delle Nazioni Unite del 2000 dice di adottare tutte le misure possibili perché i minorenni delle forze armate non partecipino direttamente alle ostilità, vieta la coscrizione obbligatoria sotto i 18 anni e stabilisce che i gruppi armati non statali non dovrebbero in nessun caso reclutare o impiegare minori di 18 anni.

Il divieto di reclutare minori aveva già le sue regole. Anche il dopo non era del tutto scoperto ma mancava uno strumento africano dedicato a ciò che viene dopo: riconoscere un bambino dentro un gruppo armato, liberarlo, curarlo e reinserirlo nella sua comunità. La Convenzione africana punta a colmare questo vuoto. Secondo i suoi promotori, questo è il primo strumento convenzionale africano specificamente dedicato a identificare i minori nelle file armate, liberarli, disarmarli e accompagnarli nel ritorno alle loro comunità. Non è un dettaglio da giuristi. Un ragazzo smobilitato senza una scuola, senza un mestiere e senza una famiglia pronta a riaprire la porta rischia di essere arruolato di nuovo.

Nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato il reclutamento o l’utilizzo di circa 7000 bambini (solo nei conflitti che monitorano), una cifra che il rapporto stesso considera ampiamente parziale. Le violazioni gravi verificate hanno riguardato circa 25 mila bambini, il numero più alto da quando esiste il mandato Onu sui minori nei conflitti. Nello stesso anno, 13 mila minori precedentemente associati a forze o gruppi armati hanno ricevuto protezione o sostegno per il reinserimento.

Il valore simbolico non è secondario. Il testo nasce da un processo africano e punta a creare un quadro comune per lo scambio di esperienze, pratiche e lezioni apprese tra gli Stati. La Sierra Leone e la Liberia, alla fine delle loro guerre civili, hanno accumulato un sapere prezioso nei programmi rivolti ai minori associati alle forze armate e ai gruppi armati. Quel patrimonio può essere utile ai Paesi ancora alle prese con conflitti e nuovi reclutamenti.

Ma la firma non basta a rendere la Convenzione pienamente vincolante: gli Stati dovranno ratificarla o aderirvi secondo le procedure previste dal testo, e il trattato dovrà poi entrare in vigore. Un fucile si consegna in un giorno, mentre ci vogliono anni per restituire un’infanzia negata.

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