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Alla Scala la Traviata con la regia di Liliana Cavani: un allestimento tradizionale che non rinuncia all’opulenza

Questa applauditissima ripresa di Liliana Cavani, che la portò in scena nel 1990, ne celebra ulteriormente il 36esimo anno dalla Prima e assume un forte valore simbolico
Alla Scala la Traviata con la regia di Liliana Cavani: un allestimento tradizionale che non rinuncia all’opulenza
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di Sergio Buttiglieri

L’altra sera al Teatro Alla Scala, rivedendo La Traviata con la pregevole regia di Liliana Cavani, ci siamo ritrovati nella inimitabile magia operistica di Verdi, da alcuni critici all’inizio tacciata di “wagnerismo” per il troppo protagonismo dell’orchestra.

Come ci ricordava Bruno Barilli nel suo indimenticabile libro Il Paese del Melodramma, l’arte di Verdi è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime, e mette a fuoco i quattro canti della terra. E la più che novantenne Liliana Cavani è stata molto brava a immergerci in questo capolavoro verdiano utilizzando al meglio le roboanti scenografie ideate da Dante Ferretti.

Cavani ha pensato ad un allestimento estremamente tradizionale, ricco di stimoli visivi, come i costumi ideati da Gabriella Pescucci che ci hanno saputo raccontare una Parigi sontuosamente smagliante con i personaggi intrisi di opulenza. Ci ha immersi in questi interni ottocenteschi di grande fascino, a cominciare dal primo atto dove ritroviamo Violetta immersa in uno strepitoso salone dagli enormi lampadari, con, ai lati delle vetrate, tanta piacevole vegetazione. Tutto intorno ai protagonisti gravita una variegata compagine di nobili parigini e servitori, che ritroviamo nel secondo atto, in cui ad un certo punto irrompono zingarelle e toreri che ci restituiscono una danza strepitosa.

L’opera ci mostra una presenza corale molto forte sempre affollata negli interni di case aristocratiche, che ben rappresentano questo mondo chiuso nei suoi aspetti più opprimenti. Solo nel terzo atto la regista ci riporta nella enorme stanza di Violetta morente, questa volta intrisa di solitudine anche se con tre grandi finestroni ornati di bianche tende. Mentre Violetta è languente, fuori impazza realmente il carnevale veneziano. Scelte che non tutti hanno apprezzato ritenendole troppo classiche. Però io penso che questa volta la regista abbia centrato in pieno lo spirito della Traviata, senza applicare innovazioni che io in genere invece amo nella lirica.

Cavani questa volta ha preferito immergerci nelle atmosfere che Verdi aveva originariamente pensato per questa indimenticabile opera senza per questo cadere in atmosfere contemporanee. Tutto ciò rispettando il libretto, aiutata dall’impeccabile conduzione del milanese Michele Gamba, direttore apertamente innamorato di quest’opera ricca di contrasti drammaturgici, aiutato egregiamente dal maestro del Coro del Teatro Alla Scala Alberto Malazzi.

Anche la coreografia di Micha Van Hoecke, ripresa da Laura Montanaro, ci ha fatto vivere la vicenda fino a condurci alla rottura degli equilibri familiari, e fino a immergerci nell’aria tenebrosa del terzo atto, mentre la protagonista Violetta stremata muore fra le braccia di Alfredo Germont egregiamente interpretato dal tenore Piero Pretti.

Questa applauditissima ripresa di Liliana Cavani, che la portò in scena nel 1990 alla Scala, ne celebra ulteriormente il 36esimo anno dalla Prima e assume un forte valore simbolico. Ma soprattutto ha colpito la presenza di cast di alto livello, a cominciare dall’imponente Boris Pinkhasovich in scena nel ruolo del padre Giorgio Germont. Il baritono russo-austriaco per eccellenza dà vita a questo catartico personaggio di estrema complessità, autentico protagonista dell’opera. Pinkhasovich esprime la sua personalità attraverso un libero declamato, duttilissimo a seguire i moti dell’animo eppure mai povero di sostanza melodica. Per non parlare della deliziosa, super applaudita a scena aperta, Nadine Sierra nel ruolo di Violetta Valéry.

“Il melodramma italiano è un’opera d’arte tutta speciale – costruita sul ciglio di un abisso di ridicolo, e pericolosamente inclinato, ci si sostiene a forza di genio: da un secolo, questo equilibrio prodigioso, si verifica. Oggi il Melodramma vive i suoi tardi giorni, pieno d’acciacchi. Sarà certo meno antico del Colosseo per esempio o della Torre di Pisa, ma è più vecchio, infinitamente più vecchio. Ebbene lo si tiri via dal suo letto. Lo si traduca nel cinematografo – lo si introduca sui rulli, trasmettiamolo attraverso l’elettricità”. Queste famosissime considerazioni di Bruno Barilli mi sono subito tornate in mente alla fine di questa travolgente Traviata nelle mani di una famosa regista anche cinematografica.

Eros e Thanatos costituiscono l’essenza di quasi ogni opera lirica ed è significativo che il primo titolo di Verdi per la Traviata fosse Amore e Morte. Violetta Valèry è l’incarnazione vivente di entrambi e, in quanto tale, personifica quasi l’opera come forma d’arte in sé.

La Traviata rimarrà in scena alla Scala fino al 15 ottobre. Non perdetevela. Un assoluto capolavoro.

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