Delmore Schwartz, poeta laureato dell’Atlantico (Traduzione di Angelo Guida)
Delmore Schwartz (New York, 8 dicembre 1913 – New York, 11 luglio 1966) è stato un poeta, narratore, saggista, drammaturgo, critico letterario e cinematografico statunitense di origini ebraiche. Divenne famoso con il racconto In Dreams Begin Responsibilities, pubblicato sul primo numero della Partisan Review ed elogiato, fra gli altri, da Nabokov, Eliot e Pound. Lou Reed, che fu suo allievo alla Syracuse University negli anni Sessanta, definì l’opera “il più bel racconto breve che sia mai stato scritto”. Come ricorda Alessandra Calanchi, Delmore “prende a dodici anni la decisione di diventare poeta e a vent’anni si definisce […] “il poeta della migrazione atlantica che fece l’America”. E in America, America! (1954) si autoproclama “poeta laureato dell’Atlantico – dei cuori delle genti che lo attraversano per andare verso la nuova America”.”
Pur avendo un ingegno proteiforme, la sua vocazione principale era dunque quella per la poesia. Minato da gravi problemi familiari, dall’alcolismo e dalla schizofrenia, Schwartz morì d’infarto nell’ambulanza che lo trasportava dal Columbia Hotel di New York, dove viveva solo e dimenticato, all’ospedale. È stato celebrato dai Velvet Underground, da Lou Reed e dagli U2 che gli hanno rispettivamente dedicato le canzoni “European Son”, “My House” e “Acrobat”.
G.
L’INGOMBRANTE ORSO CHE CAMMINA CON ME
The withness of the body
A. N. WHITEHEAD
Un variegato miele imbratta il muso
Dell’ingombrante orso goffo e sgraziato
che mi segue dappertutto,
L’imprescindibile tonnellata che occupa tutto lo spazio,
Quel tale affamato che le mena di brutto,
Amante dei dolci, dell’ira e del sonno,
Quel pazzo factotum che scompiglia ogni cosa,
Che si arrampica sugli edifici, calcia il pallone
E fa a pugni con suo fratello nella città già oppressa dall’odio.
Quell’enorme animale che mi sta a fianco,
Quell’ingombrante orso che dorme con me,
Urla nel sonno invocando un mondo fatto di dolcezza,
Una dolcezza profonda come nell’amplesso con l’acqua,
Urla nel sonno perché la sua corda da funambolo
Oscilla e mostra l’abisso sotto di lui.
– Lo spaccone che avanza impettito è impaurito,
Stretto nel suo abito da sera e con una strana protuberanza nei pantaloni,
Freme al pensiero che la sua tremula carne
Alla fine non debba provare alcun imbarazzo.
Quell’inesorabile animale cammina con me,
Mi segue fin da quando ero nel grembo materno,
Si sposta dove mi sposto io, alterando ogni mio gesto,
Una caricatura, un’entità smisurata,
Uno stupido clown delle ragioni dello spirito,
Si confonde e si confronta con la sua stessa tenebra,
La vita intima del ventre e delle ossa,
Ottuso, sempre alle costole, il mio segreto, a me sconosciuto,
Si allunga per abbracciare la mia anima gemella
Con cui passeggerei volentieri senza avere lui accanto,
La palpeggia schifosamente, anche se una sola parola
Basterebbe a mettere a nudo il mio cuore e a rendermi sincero,
Incespica, si dimena e si batte per farsi nutrire
Trascinandomi con sé nella sua ansia per il cibo,
In mezzo ai cento milioni di esemplari della sua razza,
Nella lotta scatenata dall’avidità che dappertutto dilaga.
(1938)
BAUDELAIRE
Quando mi addormento e persino durante il sonno,
Sento abbastanza distintamente voci che articolano
Frasi compiute, frivole e banali,
Senza alcuna attinenza con i miei reali interessi.
Cara mamma, ci è rimasto almeno un po’ di tempo
Per essere felici? Ho un debito enorme.
Il mio conto corrente è stato pignorato. E non so nulla. Non capisco nulla.
Non mi riesce neanche di fare il minimo sforzo.
Ma oggi come prima il mio amore per te aumenta di continuo.
Sei sempre pronta a lapidarmi, sempre:
È vero. È stato così fin da quando ero piccolo.
Per la prima volta nella mia lunga vita
Sono abbastanza felice. Il libro, quasi terminato,
Sembra abbastanza buono. Sfiderà il tempo, è un monumento
Al mio disgusto, alle mie ossessioni, al mio rancore.
Una costante i debiti e le inquietudini, mi fiaccano.
Satana mi si para davanti, sussurrando dolcemente:
“Riposa per un giorno! Oggi puoi riposare e svagarti.
Lavorerai stanotte.” Quando arriva la notte,
La mia mente, assillata dagli arretrati,
Tormentata dalla tristezza, paralizzata dall’impotenza,
Promette: “Domani: lo farò domani.”
L’indomani poi recita la stessa commedia
Con lo stesso proposito, la stessa inconsistenza.
Sono stufo di questa vita consumata in camere ammobiliate.
Sono stufo di soffrire di emicranie e raffreddori:
Conosci la mia stramba esistenza. Ogni giorno porta con sé
La sua dose di rabbia. Tu sai ben poco
Della vita di un poeta, cara mamma: devo scrivere poesie,
È il lavoro più estenuante che ci sia.
Sono triste stamattina. Non biasimarmi.
Scrivo da un bar vicino all’ufficio postale,
Fra il crepitio delle palle del biliardo e l’acciottolio delle stoviglie,
Il cuore mi batte forte. Mi è stato chiesto di scrivere
“Una storia della caricatura.” Mi è stato chiesto di scrivere
“Una storia della scultura.” Scriverò una storia
Delle caricature delle tue sculture nel mio cuore?
Anche se ti costa innumerevoli sacrifici,
Anche se non credi sia necessario,
E dubiti che la richiesta sia congrua,
Ti prego di inviarmi del denaro che mi basti a tirare avanti
almeno tre settimane.
(1959)
NEL LETTO SPOGLIO, NELLA CAVERNA DI PLATONE
Nel letto spoglio, nella caverna di Platone,
Sul muro scorrevano lentamente i riflessi dei fari,
Sotto la finestra schermata i carpentieri battevano con i martelli,
Per tutta la notte il vento aveva agitato le tende delle finestre,
Una fila di camion arrancava in salita, stridendo,
Con i carichi, come al solito, ben nascosti.
Il soffitto s’illuminò di nuovo, il diagramma obliquo
Scivolò gradualmente in avanti.
Nell’udire i passi pesanti del lattaio,
Il suo affannarsi su per le scale, il tintinnio della bottiglia,
Mi alzai dal letto, accesi una sigaretta,
E andai alla finestra. La strada lastricata
Metteva in evidenza il silenzio in cui erano immersi gli edifici,
L’occhio vigile dei lampioni e la pazienza dei cavalli.
L’autentica epitome del cielo invernale
Mi convinse a tornare a letto con gli occhi esausti.
L’anomalia si spandeva nell’aria immota. La fosca
Pellicola ingrigiva. Carri traballanti, cascate di zoccoli,
Rumori che risuonavano lontani, diventavano più forti, sempre più forti, si avvicinavano.
Una macchina tossì, partendo. Il mattino, sciogliendo
Dolcemente l’aria, tirò fuori dalle tenebre la sedia
Semirivestita, incendiò lo specchio,
Staccò la cassettiera dal candido muro.
L’uccello cinguettò esitante, fischiettò, cinguettò,
Gorgogliò e fischiettò, ancora una volta! Sconcertato, ancora fradicio
Di sonno, freddoloso, esuberante e affamato. Di nuovo, una volta ancora,
Oh figlio dell’uomo, l’ignara notte, l’angoscia
Dell’alba, il mistero delle origini
Di nuovo, ancora una volta,
fintantoché la Storia non sarà redenta.
(1938)