Si può parlare di teatro anche nei territori occupati: il bordermindproject di Marco Monfredini
Da quando esiste in Occidente, il teatro ha avuto a che fare con la guerra. La tragedia greca è, fra l’altro, un monumento e un monito perenni sull’orrore dei conflitti fra i popoli e le loro devastanti conseguenze a tutti i livelli della vita individuale e sociale.
Fin dalle origini, insomma, si afferma naturalmente una vocazione pacifista del teatro, nonostante che, da Eschilo a Seneca, a Shakespeare e oltre, siano proprio la drammaturgia e la rappresentazione a mostrarci in tutta la sua forza irresistibile il fascino perverso che la guerra esercita da sempre sugli esseri umani. La consapevolezza della quasi inevitabilità dei conflitti armati oggi si sta diffondendo nuovamente in una Europa che aveva goduto di molti decenni di “pace”, dopo il secondo conflitto mondiale, il che vuol dire in realtà che era riuscita quasi sempre a respingere la guerra ai margini, nelle periferie del mondo, invisibile ai nostri occhi compiacenti.
Anche nel Novecento il teatro è stato in prima linea nel denunciare l’orrore e l’insensatezza della guerra: da Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, sul primo conflitto mondiale, agli spettacoli del Living Theatre e di altri gruppi americani contro l’intervento americano in Vietnam negli anni Sessanta. La guerra viene vista come la più plateale e rovinosa manifestazione di un bisogno, insito profondamente nell’essere umano e a quanto pare insopprimibile, di infliggere e ricevere violenza: “sadomasochismo politico” lo chiamarono efficacemente Julian Beck e Judith Malina.
È proprio dai rivolgimenti teatrali degli anni Sessanta e Settanta che nascono nuove modalità del rapporto fra teatro e guerra: fare spettacoli con profughi che fuggono dalle guerre; portare il teatro nei paesi dilaniati da conflitti; usare gli strumenti teatrali per attivare processi di riconciliazione e di ricomposizione dei tessuti sociali disgregati da anni di odi e violenze; aiutare le realtà teatrali esistenti nei territori in guerra.
Una messa a punto tempestiva su questi nuovi ambiti d’azione del teatro ampiamente inteso è stato il volume bilingue (che raccoglieva gli atti di un convegno milanese) War Theatres and Actions for Peace/Teatri di guerra e azioni di pace, a cura di Claudio Bernardi, Monica Dragone, Guglielmo Schininà, EuresisEdizioni, 2002. A questo volume si richiama spesso un libro di Marco Monfredini uscito nel 2025: Il teatro nei luoghi di conflitto. Esperienze teatrali nei territori occupati della Palestina, Meltemi.
Monfredini vive a Torino, dove è direttore artistico, regista e attore della compagnia Anticamera Teatro. Si occupa da anni di attività teatrali con detenuti e fra il 2012 e il 2017, con la sua compagnia, ha realizzato nei territori occupati palestinesi bordermindproject, di cui si parla nel libro. Il progetto ha comportato periodi di soggiorno in Cisgiordania, in particolare nel campo profughi di Balata, presso lo Yafa Cultural Center, per creare una performance di teatro-danza sul tema della separazione (ispirata al contesto palestinese) da rappresentare in loco; condurre un laboratorio rivolto ai giovani del campo; tenere un blog sull’esperienza; girare un cortometraggio (Per non perdermi) e un documentario (bordermindprojekt3); incontrare le compagnie professionali della West Bank: Al-Harah Theatre di Beit Jala, Freedom Theatre di Jenin, Sereyyet Dance Company di Ramallah, Excellent Center di Hebron.
Non tutte le attività programmate hanno potuto essere realizzate, date le crescenti difficoltà opposte dalle autorità israeliane occupanti. In particolare, l’ultima parte del progetto, consistente in vari workshop con le compagnie appena citate e previsto nel novembre 2017, è saltata completamente perché tre membri del gruppo sono stati bloccati, al loro arrivo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dalla polizia di frontiera e poi trattenuti in una struttura detentiva con l’accusa, palesemente infondata, di immigrazione illegale.
Nel 2023 la compagnia è riuscita a ritornare nella West Bank, per rendersi conto di quanto fossero mutate in peggio le condizioni imposte dagli israeliani. Mancano ormai solo pochi mesi al fatale 7 ottobre, con tutto quello che ne sarebbe seguito: il massacro indiscriminato di civili a Gaza (oltre 20.000 soltanto i bambini uccisi) e la rapida escalation dell’occupazione da parte dei coloni nella Cisgiordania, con la persecuzione sempre più violenta e sfacciatamente impunita nei confronti degli abitanti palestinesi.
Potrebbe sembrare futile parlare di teatro di fronte all’immane tragedia in atto, ma sarebbe un errore. Risponde Monfredini: “Il teatro, in questo luogo tormentato dai conflitti, permette ancora oggi ai palestinesi di riaffermare giorno per giorno la propria presenza fisica, il proprio essere al mondo e il desiderio di essere una nazione, messi continuamente in discussione dalla progressiva colonizzazione israeliana”.
