Un po’ di miei highlights dal Festivaletteratura di Mantova
Dopo cinque intensissimi (e non solo) giorni, si è chiusa domenica la trentesima edizione del Festivaletteratura di Mantova. E io, come (quasi) sempre dopo il Covid, c’ero, tra sbrisolone e Spritz ad alta densità intellettuale, banchetti di libri usati da lustrarsi gli occhiali e postazioni dei testimoni di Geova e di “una firma contro la droga”.
Qui si celebra intrepidamente una sorta di Sanremo della poesia e della narrativa. E i risultati danno conforto. Bilancio aritmetico: circa 71 mila presenze complessive, oltre 330 eventi e 300 autori e autrici italiani e internazionali trattati come i redivivi Oasis. 48 mila gli spettatori degli incontri a pagamento (che sono stati 248, con 159 sold out), 23 mila quelli dei rendez-vous a ingresso libero.
Numeri da grande e raro rito collettivo, dove alla tradizionale gragnuola di format e idee si somma il piacere, catartico, di stare insieme e far festa. Comprensibile, dopo tante letture solinghe domestiche. Voi chiamatelo, se volete, divertimento letterario. Su questo solco, una scia di happening come i “concerti dal balcone” (di scena cantautori emergenti o freschi di Premio Tenco), novità assoluta di quest’annata, e Volume!, inaugurato da un potente dj set di Irvine Welsh, già, proprio l’artefice di Trainspotting, e chi meglio di lui (“Born Slippy” degli Underworld e tanta altra roba sonica).
Il Party-Festival parallelo si è poi concluso in piazza Castello con Emmanuel Carrère, il semidio della non-fiction novel, tornato alla corte dei fantasmi dei Gonzaga per presentare Kolchoz, la sua ultima opera, in cui ricostruisce la parabola della sua famiglia e, specificamente, di sua madre, l’accademica e storica Hélène Carrère d’Encausse.
Ancora un po’ di highlights, o sineddoche che dir si voglia. Daniel Pennac ha rivangato la sua amicizia incrollabile con Stefano Benni: “Abbiamo riso tanto insieme. Il nostro è stato un matrimonio di due universi burleschi”. Fenomeno Felicia Kingsley, regina del romance, 4 milioni e mezzo di copie vendute negli ultimi tre anni (!), supersocial e certo non sprovvista di sicumera: “Sul presente comando io, sul futuro i miei personaggi”. Pubblico adorante, per lo più donne, molti teenager, lontano dal consueto ceto medio riflessivo mantovano (vi ho scorto persino un cinquantenne con una t-shirt animata dalla scritta “il mio gruppo sanguigno è A-peritivo”).
Non avevo mai visto prima un firmacopie così chilometrico e inesauribile: dopo due ore, era ancora in corso. Di un’altra risma Valerio Magrelli, impagabile: “Poesia viene da pus… Tipica infiammazione del linguaggio”. Oppure: “Più leggo e più sparisco, atrofizzato dalle parole altrui”. E infine il suo amore e omaggio a Gioacchino Belli: “E quando vedo un muro bianco, glielo sfregno”. Tim Berners-Lee, il fondatore del World Wide Web, memoria vivente di utopie dissolte, ha ammonito: “A un certo punto si è fatto in modo di creare dipendenza. Dovrebbero creare benessere negli utenti. Ma non fanno questo. No, non fanno questo. Pensiamo a Instagram. Sanno come farlo. Sapevano come farlo. Ma si guardano bene dal farlo”. Mentre Niccolò Ammaniti, che più invecchia e più sembra doppiato da Nanni Moretti: “Meno feedback, più libri”.