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Eugenio Barba ha perso il suo teatro: lui a 90 anni ricomincia da zero. E dal festival Kilowatt di Sansepolcro

Lanciando nel 1976 il Terzo Teatro non pensò a una tendenza o ad una corrente artistica ma piuttosto a un modo di vivere il teatro e nel teatro, come risposta a bisogni e inquietudini personali che possono essere condivisi con altri
Eugenio Barba ha perso il suo teatro: lui a 90 anni ricomincia da zero. E dal festival Kilowatt di Sansepolcro
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C’è un regista celebre, ormai novantenne, che di recente ha perso il suo teatro. Era stato lui a fondarlo più di sessant’anni fa e a renderlo famoso in tutto il mondo. Chiunque altro, credo, si sarebbe arreso e avrebbe deciso che era giunto il momento di ritirarsi. Il regista in questione ha reagito in modo opposto, estraendo da un fatto traumatico nuove, insospettate energie e motivazioni inedite.

Sto parlando di Eugenio Barba, che compirà novant’anni il prossimo 29 ottobre, e che Lucia Franchi e Luca Ricci, direttori del festival Kilowatt a Sansepolcro, hanno scelto come padrino della bella edizione di quest’anno (la XXIV, 17-25 luglio), affiancandogli come madrina l’attrice Julia Varley, sua collaboratrice essenziale da tanti anni ed esponente storica dell’Odin Teatret.

L’Odin Teatret, appunto. La caparbietà di Barba ha fatto sì che la compagnia, pur decimata, sopravvivesse alla crisi e continuasse a produrre nuovi lavori: in particolare, Compassione, con Varley, e lo spettacolo collettivo Le nuvole di Amleto, che sarà possibile vedere ancora in Italia in autunno.

C’è una lezione nel modo in cui Barba si sta muovendo negli ultimi anni, reinventando la sua figura di maestro indiscusso in modi che potrebbero apparire strani a chi non fosse in grado di coglierne la coerenza profonda con il suo passato e, soprattutto, le sue origini.

Ripeto, una volta persi il teatro e parte del gruppo, un altro regista della sua fama avrebbe potuto prendere la decisione comoda di gettare la spugna, magari per girare il mondo tenendo conferenze e seminari presso atenei e altre istituzioni prestigiose (non si contano le lauree honoris causa ricevute nel tempo). Barba ha deciso diversamente, rimettendosi in gioco con coraggio, ma anche con divertimento, sostanzialmente infischiandosene di essere uno dei registi viventi più importanti al mondo. Il pantheon può attendere.

In qualche modo ha ricominciato così come aveva iniziato nel 1964, fondando l’Odin Teatret con giovani scartati dalla scuola teatrale di Stato di Oslo: come un outsider, un debuttante che riparte da zero. “Torno ad essere il dilettante che sono stato agli inizi”, ha ripetuto più volte. Nello stesso tempo, ha continuato a curare la memoria di una vicenda assolutamente irripetibile, appoggiandosi alla neonata Fondazione Barba-Varley e aprendo a Lecce nel 2024, nello stesso spazio che ospita l’archivio di un altro grande salentino (Carmelo Bene), il Laflis, Living Archive-Floating Islands.

Ho usato già più volte la parola “maestro”. E indubbiamente Barba lo è, se pensiamo alla sua intera traiettoria, che non comprende soltanto i pur fondamentali spettacoli della compagnia ma anche i libri, numerosi e tra i più importanti per la cultura teatrale degli ultimi decenni, l’Ista, International School of Theatre Anthropology, fondata nel 1979, e tanto altro ancora. Ma si tratta di un maestro molto particolare, quasi un antimaestro per molti aspetti. Sicuramente non è mai stato un guru, almeno secondo l’accezione corrente di questo appellativo da noi. Non ha mai voluto fissare in una tecnica, in un metodo, o peggio ancora in un’estetica, quanto appreso sul campo in una vita di lavoro. Per questo si è inventato l’antropologia teatrale, perché apparisse chiaro che a teatro (ma, a mio parere, la cosa vale anche in altri campi) fondamentale è “imparare a imparare”.

Non ha mai voluto seguaci o adepti e questo è uno dei tanti aspetti che lo differenziano dal maestro Grotowski. Il suo approccio al teatro è sempre stato integralmente laico. Inevitabilmente ha avuto imitatori ed epigoni, ma non credo se ne sia mai rallegrato particolarmente.

Lanciando nel 1976 il Terzo Teatro non pensò a una tendenza o ad una corrente artistica ma piuttosto a un modo di vivere il teatro e nel teatro, come risposta a bisogni e inquietudini personali che possono essere condivisi con altri.

Quello che mi ha sempre colpito in lui, e che l’avanzare dell’età non ha minimamente scalfito, è l’incredibile capacità d’ascolto, la curiosità autentica verso la vita e il lavoro degli altri, il riuscire a trovare sempre qualcosa di positivo anche in cose lontanissime dai suoi gusti e dalle sue convinzioni.

La tre giorni di Kilowatt (uno dei momenti più intensi in un programma comunque molto ricco e variegato) ha confermato in pieno quanto sto dicendo. Penso, in particolare, alla generosità con cui sia lui che Julia Varley si sono confrontati in un “corpo-a-corpo scenico” con tre interessanti esponenti della nuova scena italiana: Nicola Borghesi, Liv Ferracchiati e Licia Lanera. Ma penso anche ai due incontri pubblici dedicati all’influenza del loro lavoro sul teatro italiano, intitolati (adattando una affermazione di Barba) L’eredità pesca da sola i suoi eredi.

E che eredi! Da Armando Punzo a Davide Iodice, a Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, il tema è stato sviscerato da alcuni dei protagonisti assoluti del nostro teatro da molti anni ormai, oltre che da Piergiorgio Giacché, antropologo sui generis e acuto, ineguagliabile coniatore di formule e calembour.

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