Novant’anni senza Grazia Deledda: i suoi libri restano un caposaldo della letteratura europea
Grazia Deledda è i suoi libri. L’ha deciso lei stessa, da giovanissima, avendo preso atto che nel difficile contesto familiare non sarebbe andata oltre le scuole elementari. E’ stato il suo modo di essere libera, di stare, donna, al pari degli altri, nel mondo “grande e terribile”. Donna per tanti aspetti subalterna, che solamente coi suoi romanzi si riscatta, si libera.
I risultati sono opere che, a 90 anni dalla morte, avvenuta il 15 agosto 1936, continuano a interessarci e conquistare il pubblico. I suoi scritti si allontanano dalle polemiche di breve periodo (una letteratura “regionale”, di chi ha difficoltà con l’italiano) perché, a partire da un contesto dato e conosciuto in profondità, il Nuorese e la Barbagia, in forma artistica stimola e forma la vita morale e intellettuale del lettore.
E’ una letteratura, quindi, di lunga durata. In un brevissimo scritto quale questo esprimo considerazioni generali, che vorrei portassero alla lettura delle sue opere.
Grazia Deledda realizza una letteratura sarda in lingua italiana (con enorme sacrificio, essendo il sardo la sua lingua madre) sino a raggiungere i massimi riconoscimenti. L’attribuzione del Nobel per la letteratura del 1926, unica donna italiana ad averlo ricevuto, è il sigillo più alto.
Grazia Deledda, pur con un rapporto difficile con Nuoro, che la porterà a vivere a Roma il prima possibile, trasforma l’universo antropologico nuorese e barbaricino (non di tutta la Sardegna, che è “quasi un continente”), in una trasfigurazione letteraria e metaforica eterna, in cui “destino”, “colpa”, “convenzione”, “dovere”, “conversione” e lotta per la “libertà” parlano a tutti noi, quanto meno in Europa.
Deledda esercita, su se stessa, una capacità disciplinante esemplare, dovuta anche a inclinazioni caratteriali molto forti, già dalla più tenera età, che la portarono per lunghi periodi ad avere relazioni sociali misurate e selezionate. Contemporaneamente comprese a quali compromessi alti giungere per realizzare i propri obiettivi. Colse anche il nascere della “cultura di massa”, e ne divenne interprete.
Deledda ha dato centralità all’universo femminile. Le donne nei suoi romanzi, spesso vittime di se stesse, della famiglia e del paese, oltre ad essere protagoniste hanno una propria vita interiore e un anelito alla libertà e all’autodeterminazione che sembra prefigurare, in una società che pure cambiava, il futuro. Probabilmente questo aspetto venne, inconsciamente o volutamente (dato il maschilismo imperante, per di più sotto il fascismo), non riconosciuto.
L’identità è quell’insieme di debiti che abbiamo contratto con un luogo (“il” luogo) e con il moto storico nel quale siamo nati e cresciuti. È un processo esistenziale, una esperienza del vivere, che con forza combatte il “destino”. Grazia Deledda ha deciso di vivere nei suoi scritti, e in niente altro. Dalla vita ha tratto la materia di cui sono fatti i suoi libri, che rimangono un caposaldo della letteratura europea.