Allarme per il boom di casi di leptospirosi tra i turisti in vacanza a Zante: “Può sembrare una semplice influenza, ma si rischiano un’insufficienza multiorgano, meningite, emorragie polmonari e gravi difficoltà respiratorie”
L’isola greca di Zante, celebre meta turistica dell’Ionio, si trova ad affrontare una delicata emergenza sanitaria. Nell’ultimo periodo, le autorità locali hanno registrato un focolaio di leptospirosi che sta riaccendendo l’attenzione sui rischi infettivi legati alla stagione estiva e alle attività all’aperto. L’allarme nell’isola è salito dopo il ricovero in condizioni critiche di un uomo di 56 anni, padre di due bambini, attualmente assistito nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale locale a causa di una grave insufficienza multiorgano. La diagnosi di leptospirosi è stata confermata ufficialmente attraverso un test molecolare condotto presso un laboratorio specializzato di Salonicco. Questo episodio porta a cinque il numero totale di contagi accertati a Zante negli ultimi mesi. Già ad aprile 2026, infatti, la testata ekathimerin ie le autorità sanitarie locali avevano segnalato quattro casi nell’isola ionica. Tra questi, purtroppo, un uomo di 74 anni è deceduto per le complicanze della malattia, mentre altri due pazienti, rispettivamente di 21 e 34 anni, sono riusciti a guarire.
Per comprendere meglio la natura dell’infezione, Ivan Gentile, professore ordinario di malattie infettive presso l’Università di Napoli Federico II, spiega: “La leptospirosi è una zoonosi, quindi un’infezione che si trasmette dagli animali all’uomo, ed è provocata da un batterio del genere Leptospira. Il serbatoio principale sono proprio i roditori, come topi e ratti – pur potendo interessare anche cani, bovini e suini – e gli animali eliminano il batterio con le urine, contaminando in questo modo l’ambiente”.
Riguardo alle modalità di trasmissione, il docente precisa come non sia necessario un contatto diretto di tipo aggressivo con la fauna selvatica: “Il batterio entra nel nostro organismo in genere attraverso piccole ferite o abrasioni della pelle, oppure attraverso le mucose di bocca, naso ed occhi. Non è quindi necessario essere morsi da un topo: il contagio avviene tipicamente camminando o immergendosi in acque dolci o fango contaminati, mentre è assolutamente eccezionale la trasmissione da persona a persona”.
Svolgere attività estive quali bagni nei laghi, escursioni lungo i torrenti o passeggiate in zone fangose subito dopo abbondanti piogge comporta un fattore di rischio da non sottovalutare. Al contrario, Gentile rassicura sugli ambienti marini: “Il bagno nelle acque salate non è assolutamente pericoloso, il rischio riguarda soprattutto le acque dolci, le acque stagnanti e il fango”. La concentrazione salina dell’acqua di mare è infatti del tutto ostile alla sopravvivenza del batterio.
Secondo i dati dell’Organizzazione Nazionale per la Sanità Pubblica greca (EODY), l’origine dell’epidemia a Zante è legata all’ondata di forti piogge e inondazioni che hanno colpito l’isola durante la primavera. Le precipitazioni intense e gli allagamenti hanno creato l’ambiente ideale per la persistenza e la proliferazione del patogeno. A livello scientifico, vari studi pubblicati su riviste di settore come Pathogens, The Lancet e PLoS Neglected Tropical Diseases confermano una diretta correlazione tra gli eventi meteorologici estremi e la diffusione della malattia, che figura tra le zoonosi maggiormente influenzate dai cambiamenti climatici.
‘Sembra esserci una relazione diretta con i cambiamenti climatici e con quello che sta succedendo al nostro pianeta”, sottolinea Gentile. “Il batterio sopravvive molto bene negli ambienti umidi e nell’acqua dolce. Di conseguenza, le piogge intense e gli allagamenti possono disperdere nell’ambiente l’urina degli animali infetti e aumentare notevolmente le occasioni di contatto per l’uomo”, aggiunge.
In merito alle categorie più vulnerabili, l’esperto evidenzia come “a correre il rischio maggiore siano soprattutto i lavoratori che hanno contatto con acque reflue e terreni bagnati o gli allevatori, mentre in passato in Italia la patologia era frequente negli addetti alle risaie. Tuttavia, oggi il rischio può riguardare da vicino anche chi pratica sport in acqua dolce o entra in zone allagate con ferite scoperte”. L’incubazione del batterio varia solitamente tra 5 e 14 giorni, con un intervallo generale che può oscillare da un minimo di 2 giorni fino a circa un mese. Come chiarisce Gentile, “all’inizio l’infezione può sembrare una semplice influenza, manifestandosi con una sindrome caratterizzata da febbre, mal di testa, dolori muscolari intensi (concentrati in particolare su polpacci e schiena), stanchezza, nausea e vomito. Un elemento molto tipico è la presenza di occhi molto arrossati a causa del coinvolgimento congiuntivale”.
Se la malattia non viene diagnosticata prontamente, può evolvere verso forme decisamente più complesse. “Ci possono essere manifestazioni severe come l’insufficienza renale e l’ittero, che sono due marcatori caratteristici dell’infezione nella sua forma grave, nota come sindrome di Weil”, avverte Gentile. “Nelle situazioni più critiche si può arrivare a un’insufficienza multiorgano con compromissione del fegato, meningite, emorragie polmonari e gravi difficoltà respiratorie”, aggiunge.
Sul fronte delle terapie, la tempestività gioca un ruolo cruciale. “Se la diagnosi è precoce disponiamo di terapie con antibiotici che si rivelano risolutive e curative”, dice Gentile. “Quando invece la forma degenera ed è grave, si rende necessario il ricovero ospedaliero con il supporto delle funzioni respiratorie, cardiovascolari e renali”, aggiunge.
A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima circa un milione di casi annuali di leptospirosi. In Italia la situazione si mantiene stabile con un basso numero di diagnosi umane, pari ad appena 8 casi confermati nel 2022 secondo i dati Ecdc. Ciononostante, le autorità sanitarie e gli infettivologi ricordano l’importanza di non abbassare la guardia, poiché i batteri continuano a circolare tra la fauna selvatica e gli animali domestici sul territorio nazionale.
Per prevenire i rischi, i medici raccomandano di evitare il contatto diretto o i bagni in acque dolci stagnanti e pozze di fango, avendo cura di proteggere sempre tagli, escoriazioni e ferite cutanee con cerotti o coperture impermeabili. Durante le escursioni in aree rurali o fangose è fondamentale indossare calzature adeguate e chiuse, lavare accuratamente le mani ed evitare il consumo di acqua di origine incerta. Gentile conclude con un messaggio di rassicurazione e prudenza: “Dobbiamo assolutamente evitare gli allarmismi, mantenendo però la giusta attenzione alle esposizioni a rischio. Evitiamo quando possibile di frequentare zone fangose sospette e ricordiamo che una diagnosi tempestiva rappresenta l’arma fondamentale per consentire all’antibiotico di agire con efficacia”. Qualora dovesse comparire una sintomatologia febbrile improvvisa o forti dolori muscolari al rientro da un’escursione o da un soggiorno in aree interessate, è dunque indispensabile rivolgersi subito a un medico segnalando la potenziale esposizione.