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Amirah Al Wassif, visionaria dall’Egitto di provincia (Traduzione di Davide Borowski)

Questa poetessa è nata nel 1991 a Damietta, sul delta del Nilo, dove tuttora vive. La sua produzione si muove tra l’arabo e l’inglese. Linguafranca va in vacanza: ci sentiamo a settembre!
Amirah Al Wassif, visionaria dall’Egitto di provincia (Traduzione di Davide Borowski)
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Nel mio recente libro Arabo è donna, pubblicato da Homo Scrivens, ho diffusamente scritto di alcune liriche della poetessa egiziana Amirah Al Wassif che tuttavia, per ragioni di spazio, non ho potuto accludere al capitolo a lei dedicato. Colgo l’occasione di farlo qui.

Amirah è nata nel 1991 a Damietta, sul delta del Nilo, dove tuttora vive. La sua produzione si muove tra l’arabo e l’inglese; tra le sue opere più significative vi è la raccolta poetica For Those Who Don’t Know Chocolate (2019), traduzione e rielaborazione di un suo lavoro in arabo, che affronta con tono visionario e ironico i contrasti sociali e culturali. Sempre in inglese ha pubblicato The Cocoa Boy and Other Stories, libro per ragazzi che unisce fiaba e realismo, e The Rules of Blind Obedience, una silloge illustrata di versi che riflette sulle dinamiche di potere e sottomissione. Nel 2022 è uscito How to Bury a Curious Girl, che conferma la sua attenzione per il tema della libertà interiore. In arabo, tra i titoli noti figurano Manshurat ’Atifiyya (Pubblicazioni affettive, 2017) e Al-Sayyida Suzan wa Akhawatuha (La signora Susan e le sue sorelle, 2018).

D. B.

***

Il crimine

Qualcuno mi ha abbattuta e ha spedito la mia salma, per posta, a una caverna galleggiante.
Ogni parte del mio corpo canta una ninnananna.
A volte sento gli elefanti raccontare una fiaba.
A volte sento rane tambureggiare dentro il mio orecchio.
L’angelo della morte fa bollire una banana per nutrire i suoi piccoli.
Io sudo, domandandomi se l’inferno non sia stato altro che una freddura.
Una donna cieca che si spoglia della propria pelle. Le sue sono dita di strega.
Guardo nei suoi occhi e mi portano in un giardino di tulipani.
Il mio braccio ha compiuto la metamorfosi in uomo saggio: mi parla come se avesse trascorso tutta la vita da filosofo.
Mi inginocchio fra molte piccole lune.
Dio è vicino, con un cappello maestoso intessuto da una nube lattiginosa.
“Parlami”, dice, puntando il dito verso una finestra alta.
“Ho un genio dentro”, dico.
Dio ride. “È una vecchia barzelletta”.
Provo a uccidermi, ma poi mi ricordo che sono già morta, che sciocca!
L’uomo che mi ha sgozzata era un artista.
Sa come spremere olio di ricino nei miei occhi spalancati.

[The crime]

Dopo il funerale di papà

Dopo il funerale di papà, mamma sposò un macellaio. Io piansi finché non smarrii la voce, e poi qualcuno che non conoscevo trapiantò un fiore nella mia gola. Più tardi divenni un gatto con un occhio solo, capace di volare di bocca in bocca. Ero lieve come un sogno a occhi aperti che cela il volto di un bimbo immigrato. Il macellaio tossì con ferocia, agitando la sua lunga coda di ferro per darmi noia. Ed io seppi che avevo fame, e andai di corsa verso la coscia di mia madre per domandarle un’altra possibilità. Lei disse: eh, tesoro mio, che ci vuoi fare? Ti tocca. Lui è il nostro dio. Inginocchiati davanti a lui. Sii soltanto una brava ragazza.

Mi trascinai in un angolo, seppellendo il viso nelle tende lacerate, calcolando la distanza tra il cielo e la bara di papà. Era lì che avrei voluto essere. Avrei voluto fare una caramella di nubi setose e mandargliela. Desideravo con urgenza incontrare il suo dio e domandargli se fosse reale o surreale. Ma il mio patrigno si avvicina, adesso. Tiene delle forbici in una mano e un cactus nell’altra. Il suo ghigno inghiotte la stanza.

[After My Dad’s Funeral]

Ode a mia nonna

Mia nonna ha l’Alzheimer.
L’anno scorso ha perso un dente e la memoria. Dopodiché ha preso a scambiare il pianto con le risate e le risate col pianto.
Ha iniziato a vestirsi con le nostre tende, a fidanzarsi con un attore morto da anni e a giocare a carte col mio gatto persiano.
“Ti voglio bene, nonna”, le dico ripetutamente. Ma lei guarda da un’altra parte, aspettando Azrael.
Mi racconta di quanto fosse bella alla mia età.
Al che, sorrido. Dice che una volta aveva un’upupa, ma non riesce più a ricordare dove sia andata. Si domanda se, per caso, non abbia fatto il nido nel mio petto. Si tocca i capezzoli come se ci fosse, sul loro conto, qualcosa per lei da scoprire ancora.
“Piccola upupa, mi manchi!”, conclude: gli occhi ricolmi di pianto.
E quando il bacio dell’ultima lacrima si getta sul pavimento, sento in me un rumore inaspettato. Ed è lì, che mia nonna svanisce.

[Ode To My Grandmother]

Allucinazioni

Ho sognato mucche alla guida d’un gregge umano.
Il gregge canticchiava una poesia d’altri tempi.
Il suono del flauto usciva dai denti d’una quercia antica.
In quel sogno c’era anche una luna e mezza che cadeva nel grembo di mia madre
mentre lei cuciva un grande pezzo di cielo sulle minuscole teste di tre gatti in preda al panico.
Ho sognato che ero un gorilla.
Le dita incrostate di terra, secche.
Ero un’altra versione di me stessa,
che spiava dentro un altro mondo,
che si bagnava in un’altra acqua.
Il mio corpo aveva miliardi di stanze:
vuote. Niente ospiti.
Ero prossima a sciogliermi in un fiume,
ma la tentazione di essere qualcosa di più grande
mi gettò in ginocchio,
facendomi sbandare come un verso
che aleggia, come fa il fazzoletto di un angelo.
Che trema, come una canzone d’amore
nel petto d’un poeta.

[Hallucinations]

***

Linguafranca va in vacanza: ci sentiamo a settembre!

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