Disclosure Day, la scoperta che anche Spielberg invecchia
Steven Spielberg è uno di quei polverosi supermercati di quartiere dove ti portavano da bambino. Sai che è sempre lì, riconosci l’insegna, ma i prodotti sugli scaffali hanno un che di stantio. Il suo Disclosure Day è l’ennesima prova che i “mostri sacri” di Hollywood faticano a tenere il passo con un’epoca che si muove alla velocità dell’intelligenza artificiale. Un cinema che sembra rimasto al 1977, l’anno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Disclosure Day si presenta come un ideale infatti come ideale completamento di Close Encounters. I dischi volanti non sono mai andati via e per ottant’anni il governo ne ha nascosto la presenza. Una giornalista del meteo in crisi mistica (Emily Blunt) inizia a parlare in una lingua aliena durante un telegiornale locale (Kansas City), scatenando il panico.
Improvvisamente cerca di incontrare un esperto di cybersecurity (Josh O’Connor) in fuga da truci figuri di una azienda appaltatrice del Pentagono capitanata da Colin Firth e insieme lottano per rivelare la verità al mondo. La regia è ineccepibile come sempre, Spielberg sa costruire l’inquadratura perfetta. Il problema è il contesto. In un’epoca in cui la disinformazione viaggia su TikTok, in cui gli Stati sono in guerra con i droni, l’idea che una giornalista del meteo che parla in lingua aliena in tv sia la scintilla di una rivoluzione globale suona ingenua, quasi naif. È un approccio che profuma di ingenuità anni 80, lontano anni luce dalla complessità odierna.
La televisione qui non è soltanto il mezzo attraverso cui si diffonde la verità, ma è l’arma stessa della rivelazione. Emily Blunt lavora in tv, è il suo palcoscenico e la sua arma. Ma oggi, nel 2026, i complotti si svelano sui social, i leak si leggono su Telegram, i meme anticipano le notizie. L’idea di una rivelazione in diretta tv, con tanto di conduttore, suona come la trasposizione di un romanzo di Michael Crichton o di un film catastrofista anni ’90. È un’operazione nostalgia che non convince.
Poi ci sono le incongruenze narrative. Colin Firth interpreta il potente contractor governativo, un uomo disposto a tutto pur di nascondere la verità. Eppure, in due occasioni, si lascia sfuggire Josh O’Connor. La seconda volta, O’Connor si riporta addirittura via lo zaino pieno di schede di memoria rubate, mentre Firth guarda. Gli inseguimenti, poi, sono imbarazzanti: auto che sgasano, sparatorie che non c’entrano con la presunta serietà del tema, uno 007 dei poveri.
Ma, fortunatamente, la generazione dei “vecchi” registi non è tutta uguale. C’è chi arranca e chi, come Martin Scorsese, ha capito che la tecnologia non è un nemico, ma un nuovo pennello.
Mentre Spielberg sembra fossilizzato sui suoi ricordi, Martin Scorsese, a 83 anni, ha capito che il cinema si è evoluto. Da poco è diventato advisor di Black Forest Labs, una startup di intelligenza artificiale. Ha usato il loro modello generativo FLUX per creare storyboard e visualizzare in anteprima le scene. Lui ha capito che l’AI non sostituisce l’arte ma la potenzia, la aiuta a risparmiare tempo e fatica, e a comunicare meglio la propria visione. Non a caso, ha paragonato l’uso dell’AI alla computer grafica di Hugo o al ringiovanimento digitale de The Irishman.
L’AI sta democratizzando la produzione, abbattendo i costi, permettendo a chiunque di visualizzare le proprie idee. Spielberg, con Disclosure Day, ha dimostrato di non aver capito, lui che pure aveva diretto film futuribili, come Minority Report e Ready Player One. È un peccato, perché il suo supermercato sarà pure ancora aperto, ancora rassicurante ma la merce in vendita è tristemente fuori moda.