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Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos

Dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor: "Teatral Politik" è il nuovo album dei Dimensione Brama. Con Manuel Agnelli - dicono - c'è stato un equivoco
Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos
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Nel giro di pochi anni i Dimensione Brama sono passati dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor, portandosi dietro un immaginario alto in cui convivono Bertolt Brecht, TikTok, David Bowie, Joy Division e i CCCP, la tragedia trasformata in contenuto e la sensazione costante che il mondo stia andando in malora. Qualcuno li ricorderà proprio per il passaggio nel talent di Sky, quando Manuel Agnelli, dopo una loro reinterpretazione degli Smiths, commentò che era come aver costruito un parcheggio sopra la sua adolescenza. Con Teatral Politik la band romana prova a dare una forma al suo caos: dentro ci sono politica-spettacolo, collasso emotivo, desiderio, alienazione digitale e una domanda che torna continuamente durante la conversazione: cosa significa fare arte oggi, in un’epoca in cui tutto sembra diventare immediatamente consumo, estetica, distrazione? Li ho raggiunti poco prima dei loro live tra Roma e Milano.

Vi definite “dimensione”, non band: state creando musica o un luogo in cui rifugiarvi per tempi meno buoni?
Entrambe le cose. L’immagine del rifugio, dell’autarchia, della città che resiste, ci appartiene molto. Stiamo cercando un modo e un senso per fare arte oggi, e questa ricerca si intreccia continuamente con una domanda: a cosa serve fare musica? E a chi serve? Il presagio di tempi più oscuri lo sentiamo tutti. Attorno a noi percepiamo un clima da ‘si salvi chi può’, ma non vogliamo accettarlo come destino. Altrimenti basterebbe cercare un lavoro stabile, una casa, accumulare denaro e chiudersi lì. Noi stiamo provando a costruire qualcosa che abbia una prospettiva più lunga.

Nel vostro immaginario convivono punk e barocco, X-Factor e Brecht: da dove nasce questa necessità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili?
Probabilmente dal fatto che siamo un gruppo di persone diverse. Ognuno vive dentro la propria trama e tutte queste necessità finiscono per confluire nello stesso progetto. Al liceo un professore ci disse una cosa che ci è rimasta impressa: esiste una medicina per l’anima e sono le belle parole. Non solo quelle dei libri, ma anche quelle. Da lì nasce un immaginario in cui la cultura cosiddetta alta si mescola con il pop, il trash, TikTok, la psicanalisi e tutto ciò che attraversa il presente. Siamo figli del nostro tempo e passare da Brecht alla cultura pop ci sembra naturale.

Brama deriva da un termine germanico che significa “urlo”: cosa cercavate di urlare quando siete nati nel 2021?
Venivamo dalla pandemia, da un momento storico che ha lasciato un segno molto profondo. Quell’urlo era insieme liberazione, paura, rabbia. Ma dentro c’è anche il significato italiano della parola: desiderio. Un desiderio ostinato, difficile da sradicare. All’inizio eravamo un collettivo enorme, poi il progetto si è trasformato. La necessità però era chiarissima: volevamo fare concerti, stare insieme alle persone. Non siamo partiti pensando a Spotify o a X-Factor. Volevamo riunire corpi e creare comunità in un momento in cui il senso di prossimità tra gli esseri umani sembrava sgretolarsi.

Che ricordo avete del vostro primo concerto?
Il primo concerto fu completamente abusivo: fine 2021, un terrazzo nel centro di Roma, il G7 in città, gli elicotteri sopra la testa. A un certo punto arrivarono i carabinieri per fermarci, ma riuscimmo comunque a concludere il live. Paradossalmente fu proprio quella serata a farci capire la forza di ciò che stavamo costruendo.

A un certo punto siete finiti a X-Factor: vi sentite adatti a quel mondo o vi siete sentiti degli infiltrati?
Entrambe le cose. Sentivamo che quel contesto poteva appartenerci e allo stesso tempo avevamo la sensazione di essere infiltrati. Ci interessava osservare da vicino il rapporto ambiguo tra autenticità e spettacolarizzazione delle emozioni. La cosa che ci ha colpito davvero è stata scoprire quanto poco controllo abbiano i concorrenti. Più si va avanti e più ci si accorge che esiste un copione implicito, anche se nessuno lo dichiara apertamente. All’inizio ci sentivamo molto più liberi, poi arrivavano indicazioni precise: stare fermi sul palco, incarnare una certa eleganza, non essere troppo punk perché quel ruolo era già occupato, non essere troppo altro perché c’era già qualcuno a rappresentarlo. È interessante perché questa pressione non agisce soltanto sull’estetica, ma finisce per entrare dentro le persone.

E il rapporto con i giudici? Manuel Agnelli, dopo una vostra esibizione, sembrava molto contrariato…
Lì c’è stato soprattutto un equivoco. Poco prima dell’esibizione si stacca il jack della chitarra e siamo costretti a fermarci. Mentre i tecnici lavorano al problema, improvvisiamo un can can delirante in mezzo al pubblico. Per noi era un momento spontaneo, quasi clownesco. Per Manuel fu una mancanza di rispetto verso il brano che stavamo suonando, perché lui ha una concezione molto sacrale della musica. Il paradosso è che quel pezzo lo avevamo scelto per omaggiare il giornalista Ernesto Assante, che ci aveva sempre incoraggiato a partecipare al programma. Dopo la sua scomparsa siamo stati contattati dalla produzione e abbiamo vissuto tutto con un forte coinvolgimento emotivo. Quella cover era dedicata a lui.

Nel nuovo album parlate di un mondo che “va a fuoco e sembra anche bello”: quanto vi spaventa il fatto che siamo capaci di trasformare qualsiasi tragedia in estetica?
La tragedia oggi viene continuamente trasformata in immaginario. Ma nel momento in cui diventa soltanto estetica, smette di essere tragedia. Non si tratta di censurarla, ma di continuare a riconoscerla per quello che è. Il problema è che ormai la tragedia è ovunque: nei telegiornali, nei feed, nelle immagini che scorrono senza sosta. E questa esposizione permanente produce assuefazione. Forse la forma contemporanea della censura consiste proprio nel mostrare tutto, fino a rendere tutto invisibile.

Il disco si intitola Teatral Politik, come a sottolineare che è lo spettacolo ad aver preso il posto della politica…
Per esistere davvero, la politica avrebbe bisogno di capacità, profondità e lungimiranza. Qualità che sembrano rare sia nella vita pubblica sia in quella privata. Oggi i politici assomigliano sempre più a influencer. La politica sembra ormai una serie televisiva, c’è uno scollamento crescente tra rappresentazione e realtà e noi consumiamo tutto questo come intrattenimento.

Tra dieci anni, cosa sperate di non essere diventati?
Avidi. E aridi. Vorremmo soprattutto evitare di diventare la copia di noi stessi. Ci affascinano modelli come i Nomadi o i Gong: esperienze capaci di attraversare il tempo trasformandosi continuamente senza perdere la propria identità. Insomma, preferiremmo lasciare un’eredità che altri possano raccogliere e reinventare.

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