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La Biennale Teatro diretta da Willem Dafoe apre con Miyagi e Banushi: purezza o disimpegno?

Di questa seconda edizione di Biennale affidata a Willem Dafoe si nota una scelta di fondo legata invece all’idea di un teatro artistico per così dire ‘allo stato puro’
La Biennale Teatro diretta da Willem Dafoe apre con Miyagi e Banushi: purezza o disimpegno?
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“E qualcosa rimane/ tra le pagine chiare e/ le pagine scure”: con l’eco di anni lontani che furono detti ‘di piombo’, la polemica sul dichiarato disimpegno di Francesco De Gregori continua a tener banco. Eppure, si sa che ’sono solo canzonette’, ormai dal 1980, da quando Edoardo Bennato ha voluto mettere la parola fine a un certo cantautorismo politico. Ma il mondo delle rappresentazioni cosiddette artistiche della realtà offre ogni giorno sempre buoni pretesti per accapigliarsi.

Si apre a Venezia, per esempio, una Biennale Teatro dal maiuscolo titolo “ALTER NATIVE”, che fa tanto contro-cultura da sembrare pescato in un vecchio numero della rivista ‘Re Nudo’. Ciò non toglie che sia la rassegna istituzionale che segna l’apice internazionale di una stagione dei festival che anche in Italia si sta presentando con scelte diverse. Così pare da quanto s’è visto ai primi assaggi a Milano, con un eccellente FOG 2026 in Triennale Teatro, poi con LIFE di Zona K, dedicato alla polarizzazione politica, con ‘Presente Indicativo’ al Piccolo Teatro, piuttosto che, in questi stessi giorni, con il sostanzioso 30mo festival Da vicino nessuno è normale di Olinda all’ex ospedale psichiatrico Pini. E anche se si alza lo sguardo verso le grandi manifestazioni europee per studiarne i programmi, si nota che oggi i nomi di punta del teatro, della danza e delle arti performative privilegiano uno spiccato interesse per la realtà, prima ancora che la ricerca della bellezza e della poesia, o meglio attraverso di essa.

Di questa seconda edizione di Biennale affidata a Willem Dafoe – sempre che si possa parlare di costruzioni coerenti di linee editoriali – si nota una scelta di fondo legata invece all’idea di un teatro artistico per così dire ‘allo stato puro’. Questa linea s’intuisce fin dalla doppia apertura, davvero originale, di domenica 7 giugno: la riproposta di ‘Ragada’, primo atto del Romance Familiare di Mario Banushi, che avverrà nel contesto di un salotto privato, in Ca’ Malcanton; e la prima europea, al Teatro Piccolo Arsenale, di ‘Mugen Noh Othello’ di Satoshi Miyagi, rivisitazione allegorica orientale di un classico shakespeariano.

Banushi è una sorta di nuova stella del post-teatro europeo, greco di origine albanese, giovane autore di una prima trilogia di storie di famiglia rappresentate senza che in scena sia pronunciata una sola parola, la sua visionarietà oscilla tra la tradizione popolare mediterranea e un’estetica che si direbbe queer. Satoshi Miyagi è un maestro riconosciuto del teatro classico giapponese: in questo suo recente capolavoro ribalta Otello nella chiave di una Desdemona dall’immenso potere mistico, riportando addirittura Shakespeare dentro il Mugen Noh, ‘variazione ancora più spirituale del Teatro Noh che guarda a un’antica pratica religiosa di pacificazione degli spiriti rabbiosi’.

Così lo stesso Miyagi ha dichiarato in un’intervista recente a Cristina Piccino su ‘Alias’, dove ha poi toccato con invidiabile chiarezza i temi forti dell’attualità del teatro: ‘Abbiamo la tecnologia, l’intelligenza artificiale ma se guardi la tragedia greca le questioni e i conflitti i dei suoi personaggi sono gli stessi ai quali ci si confronta oggi. C’è poi un altro punto: i testi moderni si identificano col punto di vista di una singola persona mentre nei testi classici la visione è generale. Va oltre una vita, una storia, una realtà specifica che di per sé va bene ma restituisce una immagine più individuale. I classici invece permettono una lettura universale che come in Shakespeare non appartiene solo al suo tempo’.

Ecco, l’accostamento di questo ‘Mugen Noh Othello’ dichiaratamente spirituale e universalista, in apertura di Biennale, con il primo atto teatrale domestico, e per pochi intimi, del romanzo familiare personale di Banushi, fa riflettere ben aldilà dei contrasti estetici e poetici che rivela. In fondo ci racconta di un mondo occidentale che, pur ancora intriso di tossicità ideologiche e derive pseudo-identitarie, vede le classi medio-alte delle nuove generazioni imboccare decisamente la via d’uscita sociale e culturale della singolarità (o della singolarizzazione).

Attenzione: l’atteggiamento ‘singolarista’ è qualcosa di diverso dal cosiddetto individualismo, inteso anche nel senso buono, di un certo anticonformismo alla De Gregori, per intenderci. E’ quello che la filosofa Francesca Rigotti, in un pamphlet del 2021 per Einaudi, aveva definito L’era del singolo, in cui ‘ognuno è originale e speciale e realizza un’opera d’arte unica e irripetibile, la propria vita’. Ed è questo profilo intenzionalmente singolarista a dividere il pubblico di età più matura o più engagé rispetto al ‘romance familiare’ di Banushi, che in fondo è l’esempio aulico di un certo teatro generazionale che si vede sovente in scena anche in Italia. Forse questa Biennale Teatro, con un programma tanto internazionale, sarà davvero così ‘alternativa’ da evocare in concreto la suggestione che si possa superare lo steccato tra singolare e plurale?

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