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“Trovammo una vecchietta incastrata, l’abbiamo portata giù. La casa è franata”: l’Udinese e i 50 anni dal terremoto del Friuli

Giorgio Battoia ricorda la catastrofe del 6 maggio 1976. Quei giorni drammatici visti dagli occhi dei giocatori: "Siamo tornati alla quasi normalità, ma la paura me la sono tenuta per molto tempo"
“Trovammo una vecchietta incastrata, l’abbiamo portata giù. La casa è franata”: l’Udinese e i 50 anni dal terremoto del Friuli
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Quel giovedì sera il giovane difensore dell’Udinese aveva pensato di uscire per andare a bere qualcosa in un bar vicino a Gemona del Friuli. Giorgio Battoia, settore giovanile nella Juventus, giocava poco, perché con l’allenatore argentino Humberto Rosa non c’era mai stato feeling, quando invece l’anno prima era un titolare dei bianconeri in Serie C. Si trovava in compagnia di un amico e delle rispettive fidanzate. Erano all’interno del bar seduti a un tavolino al primo piano, quando poco prima delle 21 arrivò una prima rapidissima scossa, poi 20 secondi più calmi e quindi una catastrofe lunga un minuto. Il 6 maggio 1976 tremò tutto il Friuli, purtroppo fu soltanto la prima notte di paura. Il terremoto verrà ribattezzato Orcolat, come il mostro delle favole che terrorizzavano i bambini di allora. L’epicentro fu localizzato tra i comuni di Gemona del Friuli e Artegna. Un migliaio furono i decessi, tremila i feriti e una infinità gli sfollati.

“Io sono nato nell’alta Valle del Torre, ma con i miei mi sono trasferito presto a Udine, una trentina di chilometri di distanza – racconta Battoia a ilFattoquotidiano.it – sono stato sin da piccolo abituato a qualche scossetta, al lampadario che si muoveva. Ma niente di paragonabile a quel minuto che non finiva più… Non finiva più… scendemmo le scale del bar non so neanche come, il locale era su due piani e non riuscivamo a mettere un piede dopo l’altro, a trovare l’appoggio degli scalini. Ebbi come la sensazione di non contare più niente. Siamo infine riusciti in qualche modo ad uscire dal locale e preso dal panico ho fatto fatica anche a mettere in moto l’auto, davanti a me una palazzina di sei-sette piani si muoveva“.

Battoia e l’amico riescono a riaccompagnare a casa le ragazze. I due giovani uomini preferiscono non rientrare. “Ero terrorizzato per i miei parenti in Valle del Torre, dove sono nato e papà aveva ancora una casa. Io e il mio amico – continua Battoia – siamo andati dai carabinieri, ma ne sapevano poco pure loro, riuscii però a intercettare un radioamatore che diceva che Gemona era distrutta, la Valle del Torre non è distante”.

“Prendemmo la macchina, poi facemmo a piedi 10 km, la strada era franata. Trovammo una vecchietta incastrata dentro casa, direttamente su un materasso l’abbiamo portata giù dalle scale, appena siamo usciti la casa è franata. Lo so, siamo stati degli incoscienti“. Battoia aveva 21 anni. Era stato scoperto adolescente da uno straordinario talent scout come Antonio Bacchetti, la cui biografia piena di episodi controversi (partigiano, uccise un uomo durante la Resistenza e poi negli anni Settanta un presidente di una squadra locale friulana per una questione legata a soldi e giocatori, si consegnò ai carabinieri e finì in carcere) sarebbe da serie tv.

Intanto la vita dei calciatori post terremoto tutto sommato riprese normalmente. L’Udinese finì il campionato al quinto posto, la promozione in Serie B arriverà due anni più tardi, ma ormai Giorgio Battoia stava continuando la carriera altrove. “Noi calciatori siamo tornati alla quasi normalità, ma la paura me la sono tenuta per molto tempo”.

Per tutta l’estate la terra ha continuato a tremare. L’11 settembre 1976 si verificarono due scosse, poi il 15 settembre 1976 ulteriori due, ancora più forti. “Allo stadio Moretti dove ci allenavamo e disputavamo le partite casalinghe successero, nella tragedia, episodi anche divertenti, come quella volta che sentimmo una scossa mentre eravamo in doccia e alcuni miei compagni per la paura corsero completamente nudi in parcheggio, con mogli e fidanzate varie che aspettavano fuori”.

Per anni Battoia non mise piede in un locale pubblico, se non aveva la possibilità di vedere con i propri occhi la porta d’uscita.

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