Costanza Verona, da Palermo alla WNBA: “I miei 170 cm? Ho grande determinazione, forse perché in Sicilia è più difficile farsi notare. Negli Usa darò tutta me stessa”
Il sogno di chiunque giochi a pallacanestro è l’America: le franchigie storiche, le arene e le strutture all’avanguardia. Misurarsi con l’élite della palla a spicchi nella lega professionistica migliore al mondo. Per Costanza Verona, classe 1999, playmaker di Schio e della nazionale, la Wnba è diventata una possibilità concreta. Le Dallas Wings l’hanno chiamata a partecipare al training camp, un programma di allenamento intensivo in vista della stagione regolare che potrebbe regalarle un posto in squadra e un contratto da rookie di un anno. Obiettivo: impressionare lo staff e riuscire nel grande salto oltreoceano, in una squadra che ha avuto la prima scelta al draft 2026 Azzi Fudd e può vantare tra le sue fila Paige Bueckers, tra le più talentose giocatrici della lega.
Tra la Sicilia, dove Verona è nata e cresciuta (anche sportivamente) prima di affermarsi in Serie A ed Eurolega, e Dallas ci sono 9.700 km. Ma “Cocca”, come è soprannominata, è abituata alle lunghe trasferte e alle grandi sfide. Già da piccola viaggiava ore con il Verga Palermo per giocare i campionati giovanili. “Solo per raggiungere Catania, ci volevano quattro ore. Ma non c’era la possibilità di disputare le finali nazionali, come poteva accadere in squadre come Venezia e Costa Masnaga – rivela a ilfattoquotidiano.it -. La mia isola non offriva questa vetrina, mi sono dovuta impegnare di più. Mi porto dentro, però, una grande determinazione, forse perché in Sicilia è più difficile farsi notare”. Alla fine, dei suoi 170 cm di esplosività, visione e controllo palla si sono accorti tutti. E oggi, quella adolescente che si ispirava a Giorgia Sottana e Francesca Dotto e che si è poi ritrovata a giocarci insieme, a soli 26 anni ha già messo in bacheca tre scudetti, tre Supercoppe e quattro Coppe Italia, oltre a tre medaglie under in azzurro e lo storico bronzo europeo del 2025 con la nazionale maggiore. Il 20 aprile prossimo, con la sua Schio, proverà l’assalto al campionato in finale contro Venezia. Poi, senza dimenticare di mettere in valigia “libri, mascherina per gli occhi e cuffie per ascoltare la musica”, volerà dritta negli Usa. Per cercare di diventare la nona italiana e la prima siciliana della storia in Wnba.
Come hai reagito quando è arrivata la chiamata delle Dallas Wings per il training camp?
Allenatori e general manager dall’America erano venuti già due tre volte alle mie partite in Eurolega e mi avevano salutato a fine match. Quindi mi ero detta: “Forse, magari…”. Quando hanno chiamato le Wings, mi ha avvertito il mio procuratore americano: “Ti vuole parlare Dallas”. Ho risposto che avrei spostato qualsiasi impegno. Ho fatto una videochiamata con lo staff tecnico, mi hanno fatto vedere le loro strutture e chiesto se fossi interessata al training camp. Ovviamente ho detto di sì.
Hai un’idea di cosa aspettarti?
Intanto sono concentrata sulle finali di Serie A con Schio, prima dobbiamo vincere lo scudetto. Poi andrò in America. Ho già visto partite di Wnba e mi sono allenata negli Usa, ma essere in squadra è diverso. Proverò a dare tutta me stessa e a cercare di ritagliarmi un posto tra le 12 selezionate o al massimo tra le due “development player” (che si allenano con la franchigia e subentrano in caso di indisponibilità delle compagne, ndr) perché è una bellissima opportunità.
Cecilia Zandalasini ti ha dato consigli?
Ci siamo sentite, era felice e orgogliosa di me. Mi ha detto che il training camp è duro, ma sono pronta.
Riavvolgiamo un attimo la pellicola. Quando hai palleggiato per la prima volta?
Con la palla in mano ci sono cresciuta. Quando ero piccola mia mamma, che è un ex giocatrice, allenava sia me che mia sorella.
Hai sempre avuto la palla a spicchi nel dna.
Dopo la prima comunione di mia sorella, quando siamo tornati a casa sono corsa a togliere il vestitino, non vedevo l’ora di indossare la mia maglia preferita. Due minuti ed ero subito in giardino a giocare a basket, avevo quattro o cinque anni.
Poi le giovanili nel Verga Palermo.
Under 13, 14 e 17. In Sicilia avevano provato a creare due gironi, ma c’erano poche squadre. Già da adolescente andavo in trasferta a Priolo, Gela, Licata, Catania, viaggiando anche per quattro ore. Non è stato il massimo. Per il Trofeo delle Regioni ci allenavamo ogni domenica a Gela. Mi svegliavo alle sette del mattino, mio padre accompagnava me e le mie compagne in macchina, poi due, tre ore di pratica e tornavamo a casa.
Come ti organizzavi con lo studio?
Ho frequentato il liceo classico ed era impegnativo. Ma ho avuto la fortuna che le mie compagne di classe fossero le stesse della squadra. Studiavamo, ci allenavamo e uscivamo insieme, ho ricordi bellissimi di quegli anni.
Più tardi sono arrivate la A3 (odierna B), la A2 e infine la chiamata di Battipaglia in A1. Come hai vissuto il distacco da casa?
Avevo appena compiuto 17 anni. Non è stato facile lasciare la scuola, la classe, le compagne che erano le mie migliori amiche, i parenti. E ovviamente la famiglia: ho la fortuna che loro riescono a spostarsi e mi vengono a trovare spesso. Mi ricordo che prima di partire ho pianto molto perché sapevo cosa avrei lasciato, ma non cosa avrei trovato. Dal secondo giorno a Battipaglia, però, ero già bene integrata.
Sei passata dalla Geas di Sesto San Giovanni, Torino e Schio. Ci sono stati allenatori o allenatrici con cui sei rimasta legata?
Tutti mi hanno dato qualcosa. A Palermo, Piero Musumeci mi ha cresciuto. A Torino Massimo Riga, a cui devo tanto, mi faceva sempre arrivare un’ora prima degli allenamenti per lavorare individualmente con lui. E non era facoltativo (ride, ndr). Quando le mie compagne entravano in palestra io avevo già la maglia sudata fradicia. Il secondo anno è stato tosto perché eravamo tre playmaker e io ero una 18enne appena aggiunta alla squadra: ho dovuto lottare per un posto. Alla Geas, Cinzia Zanotti mi ha fatto capire la giocatrice che potevo essere.
In campo hai mai “subito” i tuoi 170cm?
Nel mio ruolo ci sono giocatrici di massimo 180 cm che magari ti portano spalle a canestro, ma non ho mai subito più di tanto. Solo nella fase di crescita durante le giovanili perché erano tutte più alte e muscolose di me. Ancora oggi quando esco con le mie compagne e le persone ci chiedono se giochiamo a basket, si girano verso di me e domandano “Anche tu?”. I miei muscoli non sono appariscenti, ma non mi interessa. Credo molto nell’impegno: posso confrontarmi con atlete più talentuose, ma mi sono sempre ripetuta che se avessi lavorato tanto, avrei raggiunto alti livelli.
Parentesi azzurra. Le emozioni della prima volta che hai indossato la maglia dell’Italia?
La maglia azzurra è arrivata dopo alcune delusioni: con l’under 14 avevo fatto un solo raduno e non ero stata convocata. Al successivo Trofeo delle Regioni mi ero distinta e mi avevano chiamata addirittura con l’under 16, mi sono allenata cinque giorni e mi hanno tagliata perché non reggevo fisicamente. Le altre facevano i pesi con il bilanciere e io con le bottiglie d’acqua. Ma sono state tutte motivazioni per migliorarmi. Quella stessa estate ho partecipato al Torneo dell’Amicizia con la nazionale under 15 ed è stata una bella opportunità perché, venendo da Palermo, non ero abituata a confrontarmi con giocatrici di Venezia, Geas o Costa Masnaga. Da quel momento in poi ho trascorso in azzurro tutte le estati della mia vita.
Hai in bacheca tre medaglie in azzurro a livello giovanile, ma anche un bronzo europeo con la nazionale maggiore e adesso avete staccato il pass per i Mondiali in Germania. Cosa si prova a vincere con l’Italia?
Vincere con la nazionale è diverso rispetto a farlo con il club, lo dico sempre. Ti rendi conto che stai rappresentando un Paese e moltissime persone ti seguono. Quando sei in campo senti la maglia e l’appartenenza e giochi a un livello molto alto contro le migliori atlete delle altre nazioni. Mi ricorderò per sempre l’oro europeo under 20 da capitano, ma anche il bronzo ad Atene contro la Francia dell’anno scorso.
C’è maggiore attenzione al basket femminile rispetto al passato?
Prima del bronzo del 2025, erano anni che non vincevamo niente. Gli Europei a Tel Aviv, nel 2023, erano stati un fallimento. Con i club trionfavamo e con la nazionale no, c’era negatività nel movimento. Ci portavamo questo peso sulle spalle, ma la scorsa estate e anche con la recente qualificazione mondiale siamo riuscite a cambiare la situazione: tante persone hanno cominciato a interessarsi alla pallacanestro femminile grazie a noi ed è la cosa più bella. Vincere aiuta ad attirare nuovi appassionati, basti pensare alla pallavolo che negli ultimi anni ha portato a casa Olimpiadi, Mondiali…. E tutti la guardano.
Dove può arrivare questa Italia?
L’obiettivo sono le Olimpiadi di Los Angeles, credo sia il sogno di qualunque atleta. Sicuramente il mio da quando ho iniziato a giocare a basket e secondo me abbiamo dimostrato di essere all’altezza dei Giochi. Prima però ci sono i Mondiali e un Europeo da disputare.