“Diventare troppo magri troppo in fretta non va bene, si crea un’anoressia chimica”: gli scienziati lanciano l’allarme sul nuovo farmaco dimagrante a base di retatrutide
La corsa al farmaco dimagrante più efficace per contrastare l’obesità ha appena urtato contro un muro inaspettato: l’eccessiva perdita di peso. Il timore è che i pazienti perdano peso così velocemente da mettere a rischio la propria salute, smettendo quasi del tutto di mangiare. I riflettori sono puntati sul retatrutide, l’ultima scommessa di Eli Lilly. I dati dello studio clinico sono insieme trionfali e inquietanti: chi lo assume perde in media il 28,7% del peso corporeo contro circa il 20% dei farmaci attualmente disponibili, come Ozempic e Wegovy. Ma dietro il successo si nasconde un’anomalia: un numero altissimo di partecipanti (fino al 18%) ha abbandonato la sperimentazione a causa degli effetti collaterali, una percentuale più alta rispetto a quella tipica degli studi sui farmaci dimagranti esistenti. Molti, stando a quanto ipotizzato dal New York Times, lo avrebbero fatto perché spaventati da un dimagrimento fuori controllo. Eli Lilly ha sponsorizzato lo studio, che ha coinvolto 445 partecipanti. I dati completi non sono ancora stati pubblicati, quindi è difficile trarre conclusioni definitive sulle ragioni per cui i pazienti hanno abbandonato lo studio. “Non stiamo cercando di imporre una specifica entità di perdita di peso a ogni paziente”, sottolinea David Hyman, direttore medico di Eli Lilly, secondo il quale il retatrutide sarà destinato ai pazienti che hanno bisogno di perdere più peso di quanto potrebbero fare con altri farmaci. “Non crediamo che il farmaco dimagrante più potente sia necessario per tutti, né che questo sia l’obiettivo”, specifica.
È difficile sapere esattamente cosa si intende per “eccessiva perdita di peso”. Sembra un paradosso, ma è la realtà. Molti pazienti arrivano a provare una tale avversione per il cibo da riuscire a mangiare solo pochi cracker. Pochissime proteine, fibre e vitamine essenziali come la vitamina D e il calcio. I medici notano che molti pazienti, una volta raggiunti valori di glicemia e pressione perfetti, il cosiddetto “target di salute”, insistono per continuare a scendere solo per aderire a standard estetici. Il timore concreto è che questi farmaci possano alimentare disturbi alimentari, agendo come una sorta di “anoressia chimica” in individui vulnerabili.
“Dobbiamo riconoscere che la società ci ha condizionati a standard di bellezza che non sempre coincidono con la salute”, avverte Andrew Kraftson dell’Università del Michigan. “Non dobbiamo facilitare il digiuno estremo solo perché abbiamo un’iniezione che lo rende possibile”, aggiunge. Per questo ora le aziende farmaceutiche stanno cambiando rotta. La parola d’ordine non è più “massima potenza”, ma “dosaggio flessibile”. L’obiettivo è trovare la dose “ideale”: né troppo forte, né troppo debole, ma giusta per il singolo paziente. Novo Nordisk sta testando approcci dove, se un paziente risponde bene a una dose bassa o non tollera gli effetti, può fermarsi lì invece di scalare verso dosaggi più aggressivi. In uno studio clinico in fase avanzata su un nuovo composto chiamato CagriSema, che sembra avere la stessa efficacia di altri farmaci iniettabili per l’obesità attualmente sul mercato, l’azienda ha utilizzato un regime posologico flessibile. Ciò significa che se i partecipanti non tolleravano gli effetti collaterali, o se una dose inferiore del farmaco funzionava bene, potevano continuare con la dose inferiore. L’azienda ha chiesto alla Food and Drug Administration di approvare CagriSema a dicembre e prevede di ottenere il via libera entro la fine dell’anno.
Si sta anche investendo nella formazione di dietisti per garantire che chi assume questi farmaci non si dimentichi di mangiare, impostando persino delle sveglie per i pasti. E’ dunque evidente che l’obesità è una malattia cronica complessa e il retatrutide resta un’arma potentissima per chi ha necessità cliniche estreme. Tuttavia, la frenata degli scienziati ci ricorda una verità fondamentale: il successo di una terapia non si misura solo sulla bilancia, ma nella capacità di restituire al paziente una vita sana ed energetica.